Il diabete gestazionale (GDM) è una condizione metabolica che si manifesta durante la gravidanza, caratterizzata da iperglicemia. La sua prevalenza è in aumento a livello globale, con stime che variano dal 6% al 15% delle gravidanze. Il GDM è associato a un aumentato rischio di complicanze sia per la madre (preeclampsia, parto cesareo, diabete di tipo 2 post-partum) che per il neonato (macrosomia, ipoglicemia neonatale, sindrome da distress respiratorio).

Il ruolo della restrizione calorica nel diabete gestazionale
La gestione del diabete gestazionale si basa su un approccio multidisciplinare che include modifiche dello stile di vita, monitoraggio glicemico e, se necessario, terapia farmacologica. La terapia nutrizionale medica (MNT) è un pilastro fondamentale, ma le linee guida attuali non forniscono indicazioni univoche sull’apporto energetico ottimale.
Uno studio recente condotto da ricercatori dell’Università di Leicester e dell’Università di Cambridge ha esaminato l’impatto di una dieta a ridotto contenuto energetico (1.200 kcal/giorno) rispetto a una dieta standard (2.000 kcal/giorno) in donne in gravidanza con diabete gestazionale e un indice di massa corporea (BMI) ≥ 25 kg/m².
Lo studio è stato condotto seguendo un disegno randomizzato controllato, ovvero le partecipanti sono state assegnate in modo casuale a uno dei due gruppi di intervento. Sono state coinvolte 425 donne in gravidanza con diagnosi di diabete gestazionale e un indice di massa corporea pari o superiore a 25 kg/m². Il gruppo di intervento ha seguito una dieta a ridotto contenuto energetico, pari a 1.200 kcal al giorno, fornita tramite pasti settimanali. Il gruppo di controllo ha seguito una dieta standard, pari a 2.000 kcal al giorno, anch’essa fornita tramite pasti settimanali.

Entrambe le diete avevano la stessa composizione di macronutrienti, con il 40% delle calorie provenienti dai carboidrati, il 35% dai grassi e il 25% dalle proteine. Gli esiti primari dello studio erano la variazione del peso materno dall’arruolamento alla 29ª e 36ª settimana di gestazione, e il peso alla nascita del neonato. Gli esiti secondari includevano il controllo glicemico, la necessità di terapia insulinica e l’insorgenza di complicanze materne e neonatali.
L’analisi dei dati ha rivelato che non vi erano differenze significative nel cambiamento del peso materno o nel peso alla nascita del neonato tra i due gruppi di studio. Questo risultato suggerisce che una restrizione calorica significativa potrebbe non tradursi in una riduzione del peso materno o del peso alla nascita in donne affette da diabete gestazionale. Tuttavia, è importante notare che sono state osservate modeste riduzioni nella terapia insulinica a lunga durata d’azione e un miglioramento del controllo glicemico nel gruppo che ha seguito la dieta a ridotto contenuto energetico.
Questo dato indica che la restrizione calorica potrebbe comunque avere effetti benefici sul metabolismo del glucosio in queste donne. Inoltre, l’analisi dei dati ha evidenziato la possibilità concreta che l’intervento dietetico non abbia prodotto alcun effetto significativo, un’informazione di grande rilevanza per l’interpretazione dei risultati ottenuti che pongono degli interrogativi riguardo all’apporto energetico ottimale per le donne che sviluppano diabete gestazionale. Si evidenzia l’importanza di personalizzare la terapia nutrizionale medica, adattandola alle specifiche esigenze di ciascuna donna, tenendo in considerazione fattori quali l’indice di massa corporea, il controllo glicemico e le preferenze alimentari.

Si rende necessario condurre ulteriori ricerche per valutare gli effetti a lungo termine della restrizione calorica sul diabete gestazionale, nonché per identificare i gruppi di donne che potrebbero trarre maggiori benefici da questo approccio. Infine, è fondamentale sottolineare che l’adozione di un regime dietetico di questo tipo deve avvenire sotto la stretta supervisione di un medico e non può essere intrapresa senza un adeguato parere medico.
Analisi dettagliata degli esiti neonatali e materni iniziali
L’analisi iniziale dei dati non ha evidenziato differenze significative negli esiti neonatali tra il gruppo di intervento, che seguiva una dieta a ridotto contenuto energetico, e il gruppo di controllo, che seguiva una dieta standard. Questo risultato è stato osservato in diversi parametri chiave.
La percentuale di neonati con un peso superiore al 90° percentile per l’età gestazionale, indicativa di macrosomia fetale, non ha mostrato differenze significative tra i due gruppi di studio. Allo stesso modo, non sono state riscontrate differenze nella necessità di ricovero in terapia intensiva neonatale tra i gruppi. L’età gestazionale stimata al momento del parto è risultata simile nei due gruppi, suggerendo che la restrizione calorica non ha influenzato la durata della gravidanza.
Infine, i livelli di peptide C nel sangue del cordone ombelicale, un indicatore della funzione delle cellule beta del pancreas, non hanno mostrato variazioni significative tra i gruppi, indicando che la restrizione calorica non ha avuto un impatto misurabile sulla funzione pancreatica fetale. Questi risultati suggeriscono che la restrizione calorica di per sé non ha un impatto significativo sugli esiti neonatali immediati.

Nonostante la mancanza di effetti sugli esiti neonatali, l’analisi secondaria ha rivelato che la dieta a ridotto contenuto energetico ha portato a una riduzione della necessità di terapia insulinica a lunga durata d’azione alla 36ª settimana di gestazione. Questo dato indica che la restrizione calorica può avere un effetto positivo sul controllo glicemico materno. Tuttavia, è importante notare che questo miglioramento non ha influenzato altri parametri, come i requisiti di metformina, insulina a breve durata d’azione, pressione sanguigna o parametri di monitoraggio del glucosio. Inoltre, l’emoglobina A1c postnatale (HbA1c) era leggermente inferiore nel gruppo di intervento, ma il miglioramento è stato modesto.
Per approfondire ulteriormente i risultati, i ricercatori hanno condotto analisi esplorative, categorizzando le partecipanti in base alla perdita o all’aumento di peso. Queste analisi hanno rivelato che la perdita di peso era associata a miglioramenti più significativi rispetto alla sola restrizione calorica.
Le donne che hanno riscontrato una perdita di peso presentavano un indice di massa corporea basale più elevato, un dato che suggerisce una maggiore predisposizione alla perdita di peso in presenza di obesità. Inoltre, queste donne mostravano una maggiore probabilità di assumere metformina alla 36ª settimana di gestazione.

La perdita di peso è risultata associata a un miglioramento del controllo glicemico, manifestato da un aumento del tempo trascorso all’interno dell’intervallo di valori di glucosio desiderato, come rilevato dal monitoraggio continuo del glucosio, indicativo di una migliore gestione dei livelli di zucchero nel sangue. Si è inoltre osservata una riduzione dei livelli medi di glucosio e una diminuzione della pressione sanguigna sistolica. Inoltre, la perdita di peso è stata correlata a una minore incidenza di neonati con peso elevato per l’età gestazionale, sebbene tale correlazione non abbia mantenuto significatività statistica dopo aver considerato i livelli di glucosio materno alla 36ª settimana di gestazione.
Conclusioni
I risultati di questo studio sottolineano l’importanza di un approccio personalizzato alla gestione del diabete gestazionale, che si concentri sulla promozione della perdita di peso nelle donne con obesità. La restrizione calorica può avere un ruolo nel miglioramento del controllo glicemico, ma la perdita di peso sembra essere il fattore chiave per ottimizzare gli esiti materni e neonatali.

La ricerca futura dovrebbe concentrarsi sulla valutazione degli effetti a lungo termine della perdita di peso sul GDM e sullo sviluppo di interventi efficaci per promuovere e mantenere la perdita di peso durante e dopo la gravidanza.
Lo studio è stato pubblicato su Nature Medicine.