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La crisi dei chip sta per colpire i servizi internet: 60 settimane per tornare alla normalità

Quella che in apparenza era una crisi momentanea sta facendo collassare tutti i settori legati ai semiconduttori

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Un’invenzione di 60 anni fa, l’umile chip, è passato da cavallo da soma poco compreso in potenti computer, a tassello necessario e costoso come cuore pulsante dei gadget moderni. Quell’esplosione della domanda, inaspettatamente scoppiata durante la pandemia del Covid-19 per alcuni settori come smartphone e PC, ha causato uno shock dell’offerta a breve termine innescando una carenza globale senza precedenti.

A febbraio i tempi di consegna, ovvero i tempi che che intercorrono tra il momento in cui viene effettuato l’ordine per un chip e il momento in cui viene effettivamente evaso, sono aumentati in modo incontrollabile, parliamo di 15 settimane di ritardo, e questo per la prima volta dall’inizio della raccolta dei dati del distributore di settore del Susquehanna Financial Group nel 2017.

I tempi di consegna per Broadcom Inc., da sempre un metro di misura per il settore, grazie al suo coinvolgimento lungo tutta la catena di fornitura, sono stati estesi a 22,2 settimane, rispetto alle 12,2 settimane di febbraio 2020.

Bloomberg commenta e fa notare che la crisi ha spazzato via General Motors e Volkswagens e ha portato i politici da Washington a Pechino, a preoccuparsi e correre ai ripari per cercare di contenere la crisi. Ha anche catapultato Taiwan Semiconductor Manufacturing Co. e Samsung Electronics Co. in cima alle agende degli investitori e del governo.

I due maggiori produttori di chip asiatici sono responsabili della produzione della stragrande maggioranza del silicio più avanzato al mondo, ma non hanno la capacità di soddisfare tutta la domanda.

Il collo di bottiglia più disastroso in cui l’industria si sia mai imbattuta, che potrebbe durare diversi trimestri o fino al prossimo anno. Nelle ultime settimane un numero crescente di operatori del settore, da Continental AG a Innolux Corp. e Renesas Electronics Corp. hanno messo in guardia dai deficit di chip, che finiranno per far aggrovigliare la produzione, potenzialmente allungando i tempi di consegna ben oltre l’estate.

Samsung, la più grande azienda finora ad avvertire delle ricadute dovute alla crisi, ha segnalato un “grave squilibrio” a livello globale. L’amministratore delegato di Broadcom, Hock Tan, a Marzo ha dichiarato che la sua azienda è attualmente “esaurita” quest’anno e che i clienti erano “disposti a prenotare per la consegna di quei prodotti fino al resto del 2021“.

E venerdì Nio Inc., la società cinese di veicoli elettrici a volte paragonata a Tesla, è diventata la prima casa automobilistica di alto profilo del paese a sospendere la produzione a causa di deficit di materie prime.

Una pandemia che ha rimodellato la domanda complessiva di semiconduttori di tutte le fasce industriali, dai microcontrollori di base e chip di memoria, ai processori ad alte prestazioni, che è cresciuta negli ultimi dieci anni con il boom dell’uso degli smartphone e della potenza di calcolo.

Un costante aumento delle vendite di semiconduttori ha vacillato nel 2019, ma che si è poi ritrovato con un aumento della richiesta improvviso del 5,4% dovuto dall’industria IoT che esplose nel 2020, secondo i dati di IDC.

Carenza di chip: la risposta italiana

Mario Draghi si è ritrovato tra le mani la patata più bollente di tutte, in questi giorni è stato costretto ad usare il Golden Power, bloccando di fatto la Shenzhen Investment Holdings Co da acquisire una quota di controllo (il 70% del capitale) nella Lpe spa, azienda alle porte di Milano attiva nel settore dei semiconduttori (sviluppo di reattori epitassiali).

L’applicazione del potere speciale è stata effettuata come strategia politica ed economica, per salvaguardare la correttezza dello svolgimento delle pratiche commerciali, che altrimenti avrebbero fatto pendere l’ago della bilancia verso Pechino, conferendogli ulteriore potere di controllo di monopolio in questa guerra dei semiconduttori.

I problemi in Italia si estendono purtroppo anche ai servizi internet, in quanto ci troviamo in ritardo sulla transizione da ADSL a fibra ottica, e la rottamazione dei vecchi router a favore delle nuove tecnologie ha messo sotto pressione i produttori.

Parliamo di ordini alle compagnie produttrici di router, su richiesta dei provider internet italiani, enormi e che non potranno essere evasi prima di 60 settimane, e che una volta assolti verranno rinnovati ed estesi per un imprecisato numero di settimane.

Il danno potrebbe essere incalcolabile, ed è possibile che le compagnie non potranno accontentare i nuovi utenti, che potrebbero trovarsi senza servizi per un lungo periodo, e lasciarli all’unica soluzione temporanea disponibile, fare affidamento temporaneo ai servizi 5G, che attualmente sono i più lenti d’Europa.

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