I ricercatori e i collaboratori della Mayo Clinic hanno individuato un meccanismo finora sconosciuto attraverso il quale il tumore al polmone riesce a indebolire le difese immunitarie dell’organismo. Questa scoperta fornisce una spiegazione cruciale al motivo per cui numerosi pazienti non traggono beneficio dalle attuali immunoterapie e apre la strada a strategie terapeutiche inedite per aumentarne l’efficacia.

Una nuova scoperta nella lotta al cancro al polmone
L’indagine si è focalizzata sui linfociti T regolatori, una tipologia di cellule immunitarie che in condizioni normali svolge il compito fondamentale di frenare l’iperattività del sistema immunitario, prevenendo danni ai tessuti sani. Tuttavia, nel contesto del carcinoma polmonare, gli studiosi hanno osservato che queste cellule vengono letteralmente reindirizzate per proteggere la massa tumorale anziché difendere l’organismo.
Henrique Borges da Silva, immunologo presso la Mayo Clinic e autore principale dello studio, spiega che il cancro sfrutta un normale processo di protezione biologica trasformandolo a proprio vantaggio. In pratica, le stesse cellule preposte alla prevenzione dei danni immunitari finiscono per agire come uno scudo per il tumore, permettendogli di proliferare indisturbato nonostante la presenza di trattamenti immunoterapici.

Analizzando i dati relativi a pazienti affetti da carcinoma polmonare non a piccole cellule, i ricercatori hanno identificato un legame diretto tra l’aggressività della malattia e la presenza della proteina P2RX7. È emerso che le cellule T regolatorie all’interno dei tumori esprimono livelli molto elevati di questa proteina, e tale fenomeno risulta strettamente associato a una prognosi peggiore e a tassi di sopravvivenza inferiori, confermando l’importanza di questo meccanismo nella resistenza alle cure.
Il meccanismo di rilevamento dell’ATP
La proteina P2RX7 svolge un ruolo cruciale permettendo alle cellule T regolatorie di percepire l’ATP, una molecola che le cellule stressate rilasciano in grandi quantità all’interno dell’ambiente tumorale. Una volta rilevata la presenza di ATP, queste cellule si accumulano nei tumori polmonari e agiscono sopprimendo l’attività delle difese immunitarie che, in condizioni normali, attaccherebbero la massa neoplastica.
Le ricerche hanno dimostrato che, eliminando P2RX7 dalle cellule T regolatorie, la crescita dei tumori polmonari subisce un rallentamento significativo grazie a una minore oppressione del sistema immunitario. In assenza di questo ostacolo, le cellule immunitarie preposte all’attacco del cancro riescono a penetrare con maggiore facilità all’interno dei tumori, operando con una vitalità e un’efficacia superiori.

Lo studio ha inoltre evidenziato come P2RX7 favorisca la produzione di CTLA-4, una molecola nota per attenuare la risposta immunitaria dell’organismo. Parallelamente, il blocco di P2RX7 ha facilitato una collaborazione più stretta tra le cellule immunitarie e i linfociti B, determinando una produzione più elevata di anticorpi specifici contro il tumore e la formazione di aggregati cellulari organizzati, elementi che la letteratura medica associa a una prognosi migliore per i pazienti.
Il Dottor Borges da Silva sottolinea l’importanza di comprendere i meccanismi di fallimento dell’immunoterapia per poter estendere i benefici delle cure a un numero maggiore di persone. In questa direzione, i ricercatori hanno testato un farmaco inibitore di P2RX7 che, nei modelli sperimentali, ha prodotto una riduzione delle dimensioni dei tumori e una minore presenza di cellule T regolatorie. Sebbene questo farmaco non sia ancora approvato per l’uso clinico oncologico, i risultati suggeriscono che in futuro potrà essere integrato con le immunoterapie attuali per potenziarne i risultati.
Il percorso dalla scoperta di laboratorio alla pratica clinica
Nonostante l’entusiasmo generato dall’individuazione del meccanismo legato alla proteina P2RX7, la comunità scientifica sottolinea la necessità di una fase rigorosa di validazione prima di poter trasferire queste conoscenze al letto del paziente. Il passaggio dai modelli sperimentali alla sperimentazione sull’uomo richiede infatti la comprensione profonda di come l’inibizione di questa proteina interagisca con l’intero ecosistema biologico del corpo umano, che è infinitamente più complesso di un ambiente controllato di laboratorio.

I ricercatori devono ancora determinare con precisione il dosaggio ottimale e la sicurezza a lungo termine di eventuali farmaci inibitori del P2RX7. Poiché questa proteina è coinvolta in diversi processi fisiologici oltre a quelli tumorali, è fondamentale escludere che il suo blocco possa causare effetti collaterali sistemici o interferire con altre funzioni vitali del sistema immunitario. Questa fase di studio precauzionale è essenziale per garantire che il potenziamento dell’immunoterapia non avvenga a discapito della salute generale del paziente.
Il cuore del lavoro svolto dalla Mayo Clinic risiede nell’aver evidenziato come il successo dei trattamenti oncologici non dipenda solo dalla forza dell’attacco immunitario, ma soprattutto dalla rimozione degli ostacoli che il tumore frappone tra sé e le difese dell’organismo. Colpire la soppressione immunitaria significa disarmare lo “scudo” che il cancro al polmone costruisce manipolando i linfociti T regolatori, trasformando così un ambiente ostile alle cure in un terreno favorevole all’azione dei farmaci.
L’idea alla base delle future applicazioni cliniche non è quella di sostituire le immunoterapie esistenti, ma di potenziarle attraverso un approccio combinato. Mentre le terapie attuali stimolano i linfociti a combattere, l’inibizione del P2RX7 agirebbe “pulendo il campo di battaglia” dall’influenza negativa dell’ATP e delle cellule T soppressorie. Questo doppio binario terapeutico potrebbe finalmente permettere ai trattamenti di penetrare nelle masse tumorali più resistenti, aumentando le percentuali di risposta positiva anche in quei pazienti che finora non hanno tratto beneficio dalle cure standard.

Questa ricerca rappresenta un passo avanti significativo verso una medicina sempre più personalizzata. Identificando biomarcatori specifici come i livelli di espressione di P2RX7 nei tumori, i medici potrebbero in futuro prevedere quali pazienti rischiano un fallimento dell’immunoterapia tradizionale e intervenire preventivamente con inibitori specifici.
L’obiettivo ultimo è trasformare il carcinoma polmonare da una patologia spesso letale a una condizione gestibile con maggiore successo cronico. Se gli studi successivi confermeranno che la modulazione dell’ambiente tumorale può ripristinare la piena funzionalità dei linfociti B e T, potremmo assistere a un cambio di paradigma dove il sistema immunitario del paziente viene non solo risvegliato, ma protetto dalle manipolazioni biochimiche del tumore stesso, garantendo esiti di sopravvivenza a lungo termine mai raggiunti prima.
Lo studio è stato pubblicato su Cancer Immunology Research.