Blue Origin New Glenn deve tornare al volo dopo l’esplosione avvenuta il 28 maggio 2026 durante un test a terra al Launch Complex 36 di Cape Canaveral. L’azienda guidata da Dave Limp punta ancora a riprendere i lanci entro la fine dell’anno, ma non ricostruirà la rampa nello stesso modo.
Il cambio è tecnico, ma pesa molto sul calendario spaziale americano. New Glenn serve a Blue Origin per competere nei lanci commerciali, per sostenere i programmi lunari con NASA e per trasportare payload pesanti in orbita. Il problema è che l’esplosione ha distrutto il razzo e una parte critica dell’infrastruttura di lancio.
La società ha pubblicato un aggiornamento ufficiale sul ritorno al volo di New Glenn, spiegando che userà una procedura ibrida orizzontale e verticale già prevista per la versione più potente del vettore. È una scelta nata dall’emergenza, ma non del tutto improvvisata.
Cosa cambia sulla rampa di New Glenn

Blue Origin non userà più lo stesso sistema distrutto dall’esplosione. Il razzo verrà trasportato orizzontalmente senza payload, poi sollevato in verticale con una gru sulla rampa. Solo dopo verrà installato il carico utile in cima al vettore.
Prima dell’incidente, New Glenn veniva portato completo verso la rampa con un transporter erector. Quel sistema spostava il razzo in orizzontale e poi lo sollevava in posizione di lancio. L’esplosione del 28 maggio ha distrutto proprio quell’apparato, costringendo Blue Origin a cambiare approccio.
Il nuovo metodo si chiama CONOPS ibrido orizzontale e verticale. In pratica, gli stadi vengono integrati in orizzontale nell’edificio di preparazione, poi il razzo viene trasferito alla rampa e portato in verticale con una gru. Il payload arriva separatamente e viene montato quando il lanciatore è già sul pad.
Dave Limp ha indicato che questa soluzione era già in sviluppo per New Glenn 9×4, una variante futura del razzo. Il nome richiama una configurazione con 9 motori BE 4 sul primo stadio e 4 motori BE 3U sul secondo. L’attuale New Glenn usa invece 7 BE 4 e 2 BE 3U.
Perché il recupero entro il 2026 è difficile
Il calendario resta molto aggressivo. Blue Origin parla di ritorno al volo entro la fine del 2026, cioè circa sette mesi dopo l’incidente. Per un’esplosione su rampa, è un tempo breve. In casi simili, il ripristino delle infrastrutture ha richiesto spesso un anno o più.
Il punto più delicato è l’indagine tecnica. Blue Origin ha indicato che le prime analisi guardano alla sezione posteriore del primo stadio, ma non ha ancora comunicato una causa definitiva. Questo dettaglio è decisivo, perché in quella zona si trovano anche i motori BE 4.
Un problema collegato ai BE 4 avrebbe conseguenze oltre New Glenn. Gli stessi motori sono usati anche dal razzo Vulcan Centaur di United Launch Alliance. Per questo l’indagine non riguarda solo Blue Origin, ma anche la filiera dei lanci statunitensi che usa hardware condiviso.
Nel breve periodo, l’obiettivo è recuperare la rampa LC 36A senza aspettare un nuovo transporter erector. Blue Origin dichiara di aver già completato la messa in sicurezza e la pulizia dell’area, mentre la progettazione CONOPS e le riparazioni principali sono ancora in corso.
- 28 maggio 2026: esplosione durante un test a terra di New Glenn.
- 30 giugno 2026: Blue Origin pubblica il nuovo piano di ritorno al volo.
- Fine 2026: obiettivo dichiarato per riprendere i lanci dal pad ricostruito.
Il caso pesa anche sulla lettura dei precedenti risultati del vettore. New Glenn era già finito sotto osservazione dopo voli non completamente lineari, come raccontato nel nostro approfondimento sul terzo volo di New Glenn tra riutilizzo e orbita mancata.
Cosa rischiano NASA, Artemis e Blue Moon

New Glenn non è solo un razzo commerciale. NASA conta sul vettore per lanciare i lander lunari Blue Moon, parte della strategia Artemis. La pagina ufficiale NASA sugli Human Landing Systems indica Blue Origin tra i fornitori coinvolti nello sviluppo dei sistemi di allunaggio.
Il primo lander Blue Moon Mark 1 era legato a una finestra di lancio ravvicinata prima dell’incidente. Il programma più importante resta però Blue Moon Mark 2, pensato per le missioni con astronauti e per i test legati ad Artemis. Ogni slittamento di New Glenn può quindi ripercuotersi sulla pianificazione lunare.
NASA ha indicato di voler restare sul piano principale, cioè lanciare Blue Moon con New Glenn. Allo stesso tempo, l’agenzia deve valutare i margini temporali. Se il ritorno al volo scivolasse troppo avanti, aumenterebbe la pressione per cercare opzioni alternative o modificare la sequenza dei test.
Il legame con Blue Origin è già visibile nei test lunari recenti. Il lander MK1 ha superato prove ambientali NASA e rappresenta uno dei passaggi preparatori per la famiglia Blue Moon. Ne abbiamo parlato nell’articolo su Blue Origin MK1 e i test lunari della NASA.
La strategia di Blue Origin ora è chiara: non aspettare di ricostruire ciò che è stato perso, ma anticipare una procedura pensata per il futuro. Funzionerà solo se l’indagine chiuderà senza problemi strutturali più profondi e se la nuova rampa sarà pronta in tempo. La vera domanda è se sette mesi bastino per trasformare una crisi tecnica in un ritorno operativo credibile.