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Apple rifiuta di testimoniare davanti alla sottocommissione dell’Antitrust

Il senato ha definito Apple "rapinatore autostradale"

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A quanto pare Tim Cook e co. non prendono molto sul serio le azioni intraprese dalla sottocommissione Antitrust, ed in un periodo in cui le azioni stanno risalendo molto lentamente dopo il crollo del 2019-2020, quando raggiunsero il loro minimo storico.

Tutte queste tensioni non fanno certo bene all’immagine pubblica dell’azienda di Cupertino, che deve confrontarsi anche con Epic sulla stessa questione, però in tribunale questo 3 Maggio, e che potrebbe portare ad un’altra annosa perdita consistente di capitale, oltre che a creare un pericoloso precedente.

Tutto ha inizio nell’Agosto 2020, quando Apple decise senza avvertimento di bannare dall’App Store Fortnite, famosissimo e fortunatissimo gioco di Epic Games, la motivazione fu successivamente inquadrata, in una pratica a detta di Apple “sleale”, il cosiddetto Cross-Wallet.

Questa pratica a quanto pare consiste nell’utilizzare la piattaforma Pc di Epic per effettuare acquisti in-game e poi usufruirne su periferiche Apple. Questo ha portato quindi Apple a giustificare il 30% sulle royalties per Epic e tutti gli altri developer, negli acquisti in app, percentuale che tutti i market effettuano, e quindi uno standard dell’industria.

L’ulteriore giustificazione di Apple, sarebbe che su AppStore ci sia più sicurezza per l’utente finale, che vedrebbe salvaguardato più consistentemente ogni suo acquisto sulla piattaforma di Cupertino.

Ovviamente quest’ultima pare sia un’affermazione grossolana ed infondata secondo molti utenti, visto che su Epic Store si può godere in ogni paese della protezione acquisti di Paypal, il colosso delle transazioni online, mentre in alcuni paesi Apple non lo supporta come metodo di pagamento.

La difesa di Apple

Apple sostiene che per le aziende che hanno un ritorno inferiore al milione di dollari annuo, la percentuale si dimezza al 15%, secondo il nuovo programma small business, e aggiunge che le informazioni riguardo le regole di pubblicazione sono pubbliche, e a quanto recitano sembra piuttosto chiaro che non sia “legale” sostituire il metodo di pagamento in app con uno esterno:

punto 3.1.1: Se si desidera sbloccare funzioni o funzionalità all’interno della propria app, (a titolo di esempio: abbonamenti, valute di gioco, livelli di gioco, accesso a contenuti premium o sblocco di una versione completa), è necessario utilizzare l’acquisto in-app. Le applicazioni non possono utilizzare altri meccanismi per sbloccare contenuti o funzionalità, come chiavi di licenza, marcatori di realtà aumentata, codici QR, ecc. Le applicazioni non possono includere pulsanti, link esterni o altre chiamate ad azioni che indirizzano i clienti verso meccanismi di acquisto diversi dall’acquisto in-app.

Ma è davvero così? Questa regola vale davvero per tutti? Allora perché Netflix non permette di abbonarsi tramite AppStore?

Apple appstore

Questo discorso vale anche per Kindle, che consente solo la lettura dei libri, ma non il loro acquisto, ed a quanto pare il regolamento lo consente:

punti 3.1.3a e b : Le app “Reader” possono consentire a un utente di accedere a contenuti o abbonamenti a contenuti precedentemente acquistati (in particolare: riviste, giornali, libri, audio, musica, video, accesso a database professionali, VoIP, cloud storage e servizi approvati come le app per la gestione delle classi), a condizione che l’applicazione non utilizzi esplicitamente un metodo che spinge un utente ad utilizzare un metodo di acquisto diverso dall’acquisto in-app, e che le sue comunicazioni generali su altri metodi di acquisto non siano progettate per scoraggiare l’uso dell’acquisto in-app.

Quindi le App “Reader” scampano dal punto 3.1.1, mentre per gli acquisti cross-platform dei videogames no:

Le app che operano su più piattaforme possono consentire agli utenti di accedere a contenuti, abbonamenti o funzioni che hanno acquisito nell’app su altre piattaforme o sul sito web dell’utente, compresi gli articoli di consumo nei giochi multipiattaforma, a condizione che tali articoli siano disponibili anche come acquisti in-app all’interno dell’app. Non è possibile spingere però un utente ad utilizzare un metodo di acquisto diverso dall’acquisto in-app

Eppure l’App Basecamp sfugge da quest’ultima e non è stata bannata, mentre HEY, un App degli stessi sviluppatori si è vista bannata da APPLE, per aver messo il tasto acquista che rimanda ad un link esterno come Basecamp.

Come Basecamp, anche altre App usano escamotage per reindirizzare a link esterni di pagamento, ma non si vedono bannati dall’App Store. A quanto pare esiste quindi un atteggiamento reiterato di due pesi e due misure.

Il Senato vuole risposte da Apple

Apple rifiuta di fornire un portavoce per testimoniare davanti alla sottocommissione antitrust entro la fine del mese, e fprnire una spiegazione a riguardo. La senatrice Amy Klobuchar ed il senatore Mike Lee hanno accusato Apple di aver avviato colloqui con la sottocommissione su chi avrebbe testimoniato in una prossima udienza incentrata sugli app store, solo per poi rifiutare bruscamente la scorsa settimana.

Apple ha sottolineato l’assenza di un testimone per “contenzioso in corso” (Epic Games querelante) come motivo di non luogo a procedere a Capitol Hill, ma i senatori hanno fatto notare al CEO Tim Cook che però il tempo lo ha trovato, per andare al podcast del New York Times di Kara Swisher “Sway”, per parlare di questioni antitrust lo stesso giorno in cui la società ha rifiutato di testimoniare.

Apple ha poi rifiutato commenti sulla questione da parte di Forbes. Qui di dovere una citazione lapidaria a riguardo:

“L’improvviso cambiamento di rotta di Apple per rifiutarsi di fornire un testimone per testimoniare davanti al Sottocomitato sulle questioni relative alla concorrenza negli app store ad aprile, quando la società è chiaramente disposta a discuterne in altri forum pubblici, è inaccettabile”

I senatori giorni fa hanno anche commentato il comportamento sleale dei dirigenti Apple nell’applicazione delle royalties, definendoli “rapinatori autostradali”.

La Coalition For App Fairness, un’organizzazione no-profit fondata da Epic Games, Spotify e altre società che fanno pressioni su Apple affinché modifichi le sue politiche sull’App Store, ha affermato in una dichiarazione che il rifiuto di Apple di testimoniare:

“conferma ciò che era chiaro da tempo; le loro politiche dell’App Store sono semplicemente indifendibili

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