Alcuni alberi urbani possono favorire la formazione di ozono al suolo durante le giornate calde, ma non significa che piantare alberi peggiori sempre la qualità dell’aria. Il problema riguarda specie che emettono grandi quantità di isoprene: questo composto organico volatile reagisce nell’atmosfera in presenza di ossidi di azoto e luce solare. Lo studio pubblicato su Science Advances nel 2026 riguarda soprattutto Pechino; non permette di stilare una classifica automatica delle specie peggiori per ogni città italiana.
Perché certi alberi contribuiscono all’ozono?
Le piante emettono composti organici volatili biogenici, tra cui isoprene e monoterpeni. Quando queste sostanze incontrano ossidi di azoto, calore e luce solare possono partecipare alle reazioni che producono ozono troposferico. Gli ossidi di azoto provengono anche dal traffico e da altre attività umane: per questo attribuire l’inquinamento soltanto agli alberi sarebbe sbagliato.
L’ozono a livello del suolo non va confuso con quello stratosferico che protegge dai raggi ultravioletti. È un inquinante che, in quantità elevate, può irritare le vie respiratorie e danneggiare la vegetazione.
Che cosa hanno misurato i ricercatori a Pechino?
I ricercatori hanno combinato misure di flusso degli inquinanti, osservazioni atmosferiche e modelli chimici. Hanno stimato che le emissioni della vegetazione urbana contribuissero a oltre metà della reattività organica rilevante per la produzione di ozono in particolari condizioni estive. Questo valore non equivale a dire che oltre metà dell’ozono cittadino provenga direttamente dagli alberi: la reattività dei precursori è una grandezza differente dalle concentrazioni di ozono misurate.
Lo studio scientifico originale, pubblicato nell’agosto 2026 su Science Advances, evidenzia il ruolo delle specie ad alta emissione di isoprene e l’importanza di considerare temperature, composizione del verde e inquinanti antropici.
Quali specie possono emettere più isoprene?
Lo studio e la letteratura sui composti biogenici richiamano specie come pioppi e salici, spesso presenti nell’arredo urbano e caratterizzate, a seconda della specie e delle condizioni, da un’elevata capacità emissiva. Non basta però il nome comune per valutare il rischio: contano specie esatta, cultivar, clima, stagione, età degli alberi, concentrazioni locali di ossidi di azoto e geometria delle strade.
Non è quindi corretto consigliare l’abbattimento dei salici o dei pioppi italiani sulla base di misure cinesi. Un piano del verde deve confrontare benefici e costi ambientali complessivi.
Che cosa cambia per le città italiane?
Le città italiane hanno miscugli diversi di specie, condizioni meteorologiche e fonti di emissione. Servono dati locali e modellazioni dedicate prima di concludere che una specie aumenti in modo significativo i picchi di ozono in uno specifico quartiere. Il messaggio più utile per amministrazioni e progettisti è considerare anche le emissioni biogeniche nella selezione di nuove piantumazioni, insieme a ombra, biodiversità, assorbimento di CO₂, resilienza idrica e allergenicità.
Gli alberi fanno anche diminuire il caldo urbano
Sì. L’ombra e l’evapotraspirazione possono ridurre lo stress termico, beneficio da non trascurare nei mesi estivi. Nella nostra guida su ombra e caldo in città spieghiamo perché l’effetto sulla temperatura percepita dipende dal contesto urbano. Un singolo studio sulla chimica dell’ozono non annulla i vantaggi della vegetazione.
Come distinguere ozono, smog e danni all’ambiente?
Lo smog è un insieme di inquinanti e processi, non una sostanza unica. La formazione di ozono coinvolge reazioni fotochimiche; altri inquinanti influenzano gli ecosistemi in modi diversi. Abbiamo spiegato un’altra conseguenza dello smog sul riconoscimento dell’odore dei fiori da parte delle api, utile per capire perché la qualità dell’aria riguarda anche il rapporto tra piante e insetti.
Bisogna smettere di piantare alberi?
No. La conclusione ragionevole è scegliere meglio specie e posizioni, non rinunciare al verde. In una città calda e trafficata occorre ridurre anche gli ossidi di azoto e valutare il comportamento delle piante in condizioni locali. I risultati di Pechino indicano un rischio da considerare nelle politiche di verde urbano, non un elenco universale di alberi da evitare.




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