Sotto la caldera sottomarina di Kikai, nel sud del Giappone, i ricercatori hanno individuato un grande serbatoio magmatico che potrebbe ricevere nuovo magma. È il risultato di uno studio scientifico pubblicato il 27 marzo 2026 su Communications Earth & Environment. La scoperta non equivale però all’annuncio di una nuova eruzione imminente: le misure descrivono la struttura e un possibile meccanismo di alimentazione del sistema vulcanico, non una previsione della data di un’eruzione.
Dove si trova la caldera di Kikai e perché interessa i geologi
Kikai è un sistema vulcanico in gran parte sommerso, a sud dell’isola giapponese di Kyushu. Circa 7.300 anni fa fu teatro dell’eruzione Kikai-Akahoya, uno degli eventi esplosivi più imponenti dell’Olocene. Studiare la zona è importante per capire cosa succede alle camere magmatiche dopo un collasso calderico di grandi dimensioni: quanto materiale resta, come cambia la struttura sotterranea e se arriva nuovo fuso dalle profondità.
Cosa ha osservato lo studio del 2026
Gli scienziati hanno utilizzato rilievi sismici marini per analizzare la velocità di propagazione delle onde nel sottosuolo. L’indagine ha coinvolto 39 sismometri sul fondale e una linea di acquisizione di circa 175 chilometri. Le anomalie di velocità sono compatibili con un serbatoio magmatico situato a circa 2,5–6 chilometri di profondità sotto la caldera.
Nel modello dei ricercatori la frazione di materiale fuso nella zona individuata è stimata intorno al 3–6%, con un limite superiore possibile del 10%. È importante distinguere questa percentuale dal volume complessivo della struttura: una grande regione geologica non è necessariamente una cavità piena di lava liquida. L’interpretazione proposta è quella di nuova massa fusa che torna ad alimentare una camera magmatica formatasi nel sistema dell’antica eruzione.
Il supervulcano Kikai sta per eruttare?
No: questi dati non permettono di affermare che un’eruzione sia imminente. La presenza di magma e la sua possibile reiniezione sono condizioni geologiche da studiare, ma per stimare l’evoluzione a breve termine servono monitoraggi continui di sismicità, deformazione del suolo, gas, temperatura e altri segnali. Lo studio non fornisce un conto alla rovescia, né stabilisce che si ripeterà un evento delle dimensioni di quello di 7.300 anni fa.
Una seconda ricerca geofisica pubblicata nel 2025 ha analizzato il sistema magmatico con tomografia sismica tridimensionale, mostrando quanto sia complesso ricostruire i possibili serbatoi in un ambiente sottomarino. Metodi differenti forniscono indizi complementari e non equivalgono a un allarme.
Perché è diversa da Yellowstone e dai Campi Flegrei
L’etichetta divulgativa «supervulcano» può accomunare strutture geologiche molto diverse, ma non significa che il rischio immediato sia identico. Kikai è una caldera sottomarina del Giappone, Yellowstone si trova negli Stati Uniti e i Campi Flegrei in Italia: ognuno richiede dati e sistemi di sorveglianza specifici. Per approfondire il tema, su iCrewPlay Tech abbiamo spiegato anche cosa indicano le ricerche sui Campi Flegrei e come si interpreta il rischio tsunami legato ad Anak Krakatau.
Che cosa sappiamo e che cosa manca ancora
Lo studio del marzo 2026 sostiene l’ipotesi di un grande serbatoio relativamente poco profondo, la cui struttura è stata ricostruita dalle onde sismiche. Restano incertezze legate alla geometria tridimensionale, alla percentuale effettiva di fuso e alla velocità di alimentazione. La conclusione più corretta è quindi scientifica, non allarmistica: Kikai offre una finestra rara sul funzionamento di una caldera dopo una gigantesca eruzione, senza indicare da sola un pericolo immediato.




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