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Lettura: 307 milioni di anni fa un vertebrato iniziò a mangiare piante: la scoperta che riscrive l’origine dell’erbivoria terrestre
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307 milioni di anni fa un vertebrato iniziò a mangiare piante: la scoperta che riscrive l’origine dell’erbivoria terrestre

Un nuovo fossile scoperto nella Nuova Scozia riscrive la dicotomia erbivori-carnivori

Andrea Tasinato 4 minuti fa Commenta! 6
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Tyrannoroter heberti: è il nome di un nuovo fossile scoperto di recente nella Nuova Scozia, ma andiamo con ordine.

Contenuti di questo articolo
Tyrannoroter heberti: un fossile che cambia la cronologia dell’erbivoriaPerché è una scoperta importante?Erbivoro puro? Probabilmente noIl contesto climatico: fine del CarboniferoTecnologia al servizio della paleontologiaConclusione

La vita è nata nel mare. Circa 475 milioni di anni fa le piante iniziarono a colonizzare la terraferma, e circa 100 milioni di anni dopo anche i vertebrati le seguirono. Tuttavia, per decine di milioni di anni questi animali rimasero prevalentemente carnivori.

307 milioni di anni fa un vertebrato iniziò a mangiare piante: la scoperta che riscrive l’origine dell’erbivoria terrestre

Una nuova ricerca pubblicata su Nature Ecology and Evolution documenta ora un punto di svolta evolutivo: un vertebrato terrestre vissuto 307 milioni di anni fa avrebbe sviluppato una dentizione specializzata per nutrirsi di materiale vegetale. Un dettaglio apparentemente tecnico, ma in realtà cruciale per comprendere l’evoluzione degli ecosistemi terrestri.

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Tyrannoroter heberti: un fossile che cambia la cronologia dell’erbivoria

Il fossile, come detto, appartiene a una nuova specie chiamata Tyrannoroter heberti, scoperta in Nuova Scozia. È stato ritrovato esclusivamente il cranio, ma l’analisi morfologica suggerisce un animale robusto, lungo circa 30 cm, tra i più grandi vertebrati terrestri del suo tempo.

Ciò che rende questo esemplare straordinario non è la dimensione, ma la dentizione.

307 milioni di anni fa un vertebrato iniziò a mangiare piante: la scoperta che riscrive l’origine dell’erbivoria terrestre

Grazie a una ricostruzione 3D ottenuta tramite tomografia computerizzata (CT scan), i ricercatori hanno potuto analizzare l’interno del cranio senza danneggiarlo. Il risultato? Una bocca dotata di denti specializzati per schiacciare e triturare, inclusi elementi posizionati sul palato – un adattamento fortemente compatibile con la lavorazione di materiale vegetale.

Questo dettaglio spinge indietro nel tempo le prime evidenze di erbivoria tra i tetrapodi terrestri.

Perché è una scoperta importante?

Fino ad oggi si riteneva che l’erbivoria fosse comparsa in modo più strutturato negli amnioti “avanzati” – il gruppo evolutivo che avrebbe poi dato origine a rettili e mammiferi.

Tyrannoroter heberti, invece, appartiene a un gruppo definito “amnioti basali” (stem amniotes), ovvero una linea evolutiva precedente alla piena differenziazione tra rettili e mammiferi.

Questo significa che la sperimentazione alimentare – e quindi l’adattamento a nicchie ecologiche diverse – era già in corso in una fase molto più primitiva dell’evoluzione terrestre.

In termini sistemici, stiamo parlando di un cambiamento energetico: passare da una dieta carnivora a una basata sulle piante implica modifiche dentali, digestive, microbiche e comportamentali. È un salto evolutivo che altera l’intera dinamica trofica.

Erbivoro puro? Probabilmente no

I ricercatori precisano che non si trattava necessariamente di un erbivoro esclusivo.

Molti erbivori moderni assumono comunque una quota di proteine animali. L’ipotesi più plausibile è che Tyrannoroter avesse una dieta mista, consumando insetti e vegetazione.

307 milioni di anni fa un vertebrato iniziò a mangiare piante: la scoperta che riscrive l’origine dell’erbivoria terrestre

Un aspetto interessante è che la frantumazione degli esoscheletri degli insetti potrebbe aver rappresentato una “palestra evolutiva” per sviluppare la capacità di processare materiale vegetale più duro; inoltre, ingerire insetti fitofagi potrebbe aver favorito l’acquisizione di microbi intestinali utili alla digestione delle piante.

In altre parole: l’erbivoria potrebbe non essere nata come scelta netta, ma come gradiente evolutivo.

Il contesto climatico: fine del Carbonifero

L’animale visse verso la fine del Carbonifero, un periodo segnato da forti cambiamenti climatici e dal collasso delle grandi foreste pluviali equatoriali.

Si trattava dell’ultima grande transizione da un clima “icehouse” (freddo con glaciazioni) a uno “greenhouse” (più caldo) prima di quella attuale.

307 milioni di anni fa un vertebrato iniziò a mangiare piante: la scoperta che riscrive l’origine dell’erbivoria terrestre

La linea evolutiva di Tyrannoroter non sopravvisse con successo a questi cambiamenti. Questo rende il fossile ancora più interessante: potrebbe offrire indizi su come gli animali erbivori reagiscono quando il cambiamento climatico modifica drasticamente gli ecosistemi e la disponibilità di piante.

In un’epoca come la nostra, in cui il clima sta nuovamente cambiando rapidamente, il parallelo non è trascurabile.

Tecnologia al servizio della paleontologia

Un aspetto centrale della scoperta è l’uso della tomografia computerizzata ad alta risoluzione. Senza questa tecnologia, la dentizione interna sarebbe rimasta invisibile.

È un esempio concreto di come strumenti digitali e imaging avanzato stiano trasformando la paleontologia moderna, permettendo di estrarre dati anatomici senza distruggere reperti unici.

La paleontologia del XXI secolo non è più solo scavo e martello: è modellazione 3D, ricostruzione digitale e analisi comparativa su scala evolutiva.

Conclusione

Tyrannoroter heberti rappresenta uno dei più antichi esempi di vertebrato terrestre con adattamenti compatibili con l’alimentazione vegetale.

La scoperta non solo riscrive parte della storia evolutiva dell’erbivoria, ma apre nuove domande:

  • L’erbivoria si è evoluta più volte in modo indipendente?
  • È sempre stata una transizione graduale?
  • Quanto influiscono i cambiamenti climatici sulla sopravvivenza delle linee erbivore emergenti?

Un piccolo cranio fossilizzato in una scogliera della Nuova Scozia ci ricorda che l’evoluzione non procede per salti netti, ma per sperimentazioni progressive.

E che anche un animale lungo 30 centimetri può cambiare la nostra comprensione della storia della vita sulla Terra.

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