Signore e signori, allacciate le cinture e nascondete i telecomandi: sta per tornare Sanremo 2026, l’unico evento capace di trasformare sessanta milioni di commissari tecnici in sessanta milioni di direttori d’orchestra falliti. Quest’anno il Festival è come quel parente molesto che si presenta a cena in ritardo (per colpa delle Olimpiadi) e pretende pure di avere ragione.

Siamo reduci dal “Puccigate”, un dramma politico-balneare che ha fatto sembrare la caduta dell’Impero Romano una discussione condominiale. Con Carlo Conti al timone — tornato per rassicurarci che il beige è ancora un colore e che il rassicurante ritmo della camomilla può essere trasmesso in mondovisione — ci prepariamo a una maratona che finirà probabilmente a ridosso della Pasqua. Tra figli d’arte che hanno ereditato dai padri solo l’abbonamento in prima fila e un cast che sembra uscito da un generatore casuale di nomi su Wikipedia, il rischio di un TSO collettivo è ai massimi storici.
Se non volete ritrovarvi alle tre del mattino a piangere sul divano mentre Fedez e Masini vi spiegano il senso della vita tra un post di Instagram e un urlo disperato, avete bisogno di un piano. Ecco la nostra guida definitiva per attraversare indenni la settimana più logorante dell’anno senza perdere la dignità (o il lume della ragione).
La “Sindrome di Pucci” (o dell’Ego Esploso)
Il vero dramma di questo Sanremo non sono le stecche dei debuttanti, ma il fantasma ingombrante di Pucci, che dopo il gran rifiuto aleggia sull’Ariston con lo spirito di un martire della libertà che ha appena scoperto l’esistenza del tasto “cancella” sui social. Il suo addio ha lasciato un vuoto pneumatico talmente profondo che i comici rimasti in scaletta salgono sul palco con la sciolta e lo sguardo di chi si aspetta un cecchino del politicamente corretto nascosto dietro le quinte.

Per sopravvivere a questo delirio, l’unica soluzione è trasformare il salotto in una bisca clandestina: giocate a “Trova il Martire” e scolatevi un bicchiere di quello forte ogni volta che un ospite, terrorizzato dall’ombra della censura, si limita a fare battute audaci quanto un cartone animato della Disney sui cani o sul tempo che non è più quello di una volta. Ma attenzione, perché se l’umorista di turno attacca con il pippone epico sul fatto che “oggi non si può più dire niente”, dovete lanciare il telecomando dalla finestra e scappare: è un virus ideologico più contagioso del raffreddore in platea e, purtroppo, non esiste ancora un vaccino per l’ego esploso a favore di telecamera.
Il “Generatore Automatico di Figli d’Arte”
Dimenticate la kermesse canora e date il benvenuto alla più grande riunione di condominio genetica della storia televisiva, dove l’Ariston smette di essere un teatro e diventa ufficialmente un ufficio di collocamento per rampolli con il pedigree certificato. Da Leo Gassmann in giù, il palco sembra ormai il salotto di una nobile casata decaduta dove si entra solo se si può esibire un cognome che occupa almeno mezza pagina di enciclopedia, trasformando la gara in un’appassionante sfida tra alberi genealogici.

Per non soccombere alla noia di questo nepotismo in note, il consiglio è quello di smettere immediatamente di giudicare l’intonazione e iniziare a compilare delle spietate schede tecniche basate esclusivamente sulla somiglianza biologica: date un misero quattro alla voce, un tre simbolico al carisma e un dieci pieno a quella mascella che urla “eredità legittima” ai quattro venti. È l’unico modo sensato per affrontare quella che non è più una competizione artistica, ma una vera e propria assemblea di famiglia dove il televoto serve solo a decidere quale fortunato erede debba gestire l’argenteria di casa una volta spenti i riflettori.
La “Maratona Carlo Conti” (Il potere del Beige)
Dopo l’ubriacatura di caos creativo dell’era Amadeus, Carlo Conti riprende il comando con la missione di riportare la temperatura nazionale a un rassicurante e asettico 36 gradi spaccati, trasformando l’Ariston in una gigantesca sala d’aspetto della mutua dove l’abbiocco fulminante scatta già alla terza nota. Il rischio di finire in coma farmacologico davanti allo schermo è talmente alto che l’unica speranza di sopravvivenza è puntare una sveglia ogni venti minuti solo per ricordarsi di essere ancora biologicamente vivi, dato che l’abbronzatissimo Carlo possiede il superpotere unico di rendere eccitante quanto la lettura di una bolletta del gas retroattiva persino un duetto psichedelico tra Fedez e un ologramma di Little Tony.

Se a un certo punto della serata iniziate a vedere il mondo virare verso una rassicurante tonalità color seppia e avvertite un improvviso desiderio di comprare un pacchetto assicurativo o delle pentole in acciaio inox, non spaventatevi: è solo il “Metodo Conti” che sta ufficialmente risucchiando la vostra anima attraverso il tubo catodico.
Il “Paradosso di Fedez & Masini”
Affiancare l’iper-presenzialismo digitale di Fedez al pessimismo cosmico di Masini è un’operazione di ingegneria del caos paragonabile al lanciare un pacchetto di Mentos in una damigiana di Coca-Cola: un’esplosione termonucleare di disagio garantita. Il consiglio per il pubblico è di tenere i fazzoletti a portata di mano, ma non per asciugare il pianto, bensì per tamponare le lacrime dal ridere mentre i due intonano un inno alla separazione finita male in un pianeta che collassa.

Il momento in cui Fedez inizierà a inquadrare la platea col cellulare per un reel sulla sofferenza, mentre Masini urla “Disperato!” con la vena del collo che implora pietà, segnerà ufficialmente il raggiungimento dell’apice del trash metafisico del decennio. Se durante l’acuto finale vedete un buco nero aprirsi al centro del palco, non preoccupatevi: è solo la realtà che si accartoccia su se stessa per l’impossibilità di gestire un tale livello di incoerenza stilistica.
La Finale alle ore “Alba del Giorno Dopo”
Con trenta artisti in gara pronti a darsi il cambio sul palco, la serata finale di Sanremo si preannuncia più lunga di un volo intercontinentale per l’Australia, ma con l’aggravante di non avere né le hostess che portano il gin tonic né il comfort della business class. Inutile tentare di opporsi al destino con litri di caffè o bevande energetiche: contro il palinsesto Rai la chimica è impotente.
Verso le tre del mattino, quando un Carlo Conti ancora inspiegabilmente lucido si preparerà a proclamare il vincitore davanti a una platea di figuranti ormai ibernati nelle poltrone e tecnici di palco che accarezzano l’idea del suicidio assistito, l’unica via di fuga sarà la dissociazione cognitiva totale. Il segreto per non impazzire è convincersi fermamente di essere i protagonisti di un film di David Lynch: solo proiettando nanetti che ballano e logge nere sopra i ricami di Sanremo ogni cosa inizierà finalmente ad avere un barlume di senso.

In conclusione, se dopo cinque notti di assedio canoro doveste ritrovarvi a fissare il vuoto masticando il telecomando o a tentare di interpretare il regolamento del televoto usando la numerologia cabalistica, sappiate che è tutto normale: è la sindrome di Stoccolma da Ariston che sta facendo effetto. Non cercate di combatterla e non chiedetevi perché avete passato una settimana a guardare gente che non vedrete mai più se non ai congressi regionali dei partiti o nelle televendite di materassi.
Spegnete tutto, andate alla finestra e godetevi il primo raggio di sole dell’alba post-Sanremo, consci del fatto che siete sopravvissuti a un esperimento sociale che avrebbe fatto impallidire i servizi segreti della Guerra Fredda. E mentre il resto d’Italia crolla in un sonno profondo sognando fiori finti e spartiti usati, voi potrete finalmente tornare alla vostra vita, con la consapevolezza che per i prossimi dodici mesi il vostro unico problema sarà capire se quel tizio che ha vinto era davvero un cantante o solo un intruso che cercava l’uscita di sicurezza.
Se invece per te Sanremo è il diapason della felicità estrema, visita il sito ufficiale di Sanremo 2026.