Le prime stelle dell’universo potrebbero non essere state i colossi quasi uniformi immaginati per anni. Nuove simulazioni pubblicate su The Astrophysical Journal indicano che la turbolenza nei minialoni primordiali avrebbe frammentato il gas in più grumi, favorendo stelle di Popolazione III con masse più varie e, in diversi casi, inferiori alle stime tradizionali.
La notizia conta perché le prime stelle non sono solo un dettaglio remoto della cosmologia. Hanno acceso l’universo dopo le età oscure, hanno prodotto i primi elementi pesanti e hanno condizionato la nascita delle galassie successive. Cambiare la loro massa significa rivedere una parte della storia chimica e strutturale del cosmo.
Il lavoro si concentra sui minialoni, piccole concentrazioni di materia oscura dove il gas primordiale poteva addensarsi. Le simulazioni hanno analizzato 15 minialoni quando l’universo aveva circa 300 milioni di anni, con una risoluzione molto più alta rispetto ai modelli cosmologici su larga scala.
Perché le prime stelle potrebbero essere state meno massicce

La risposta sta nella turbolenza. Il gas primordiale non sarebbe collassato sempre in modo ordinato verso un’unica stella enorme. I flussi in ingresso nei minialoni si sarebbero scontrati, generando moti caotici capaci di spezzare la nube in grumi più piccoli.
Le stelle di Popolazione III si formarono da gas quasi incontaminato, composto soprattutto da idrogeno ed elio. Mancavano i metalli, cioè gli elementi più pesanti che nell’astronomia indicano tutto ciò che non è idrogeno o elio. Questo dettaglio è decisivo, perché i metalli aiutano il gas a raffreddarsi e a frammentarsi.
Per molto tempo si è pensato che, senza un raffreddamento efficiente, il gas primordiale tendesse a formare stelle molto massicce. Le stime teoriche più classiche collocavano molte stelle di Popolazione III tra decine e centinaia di masse solari, con valori spesso indicati tra 40 e 500 masse solari.
Le nuove simulazioni riducono questa immagine monolitica. Nei minialoni studiati, i grumi destinati a collassare hanno masse comprese tra 2,6 e 66,5 masse solari. Non significa che non siano esistite stelle primordiali enormi, ma che la prima popolazione stellare potrebbe essere stata più varia del previsto.
Il ruolo dei minialoni e della turbolenza supersonica

I ricercatori hanno usato una versione ad alta risoluzione delle simulazioni IllustrisTNG, una famiglia di modelli idrodinamici usata per studiare la formazione delle galassie. L’aumento di risoluzione ha permesso di seguire il moto del gas su scale inferiori a un anno luce, un passaggio necessario per vedere frammentazione e accrescimento nei dettagli.
Il risultato più importante riguarda la velocità dei flussi. Il gas nei minialoni simulati si muoveva da 1,8 a 4,2 volte la velocità del suono. Questa turbolenza supersonica non è un disturbo marginale: diventa una forza capace di cambiare il modo in cui il gas collassa.
Quando più flussi di gas entrano nello stesso minialone e si incontrano al centro, non producono una sfera ordinata. Creano filamenti, vortici e addensamenti separati. Da qui nasce la possibilità che una stessa nube primordiale generi più nuclei stellari invece di una sola stella dominante.
- le simulazioni hanno seguito 15 minialoni primordiali
- l’universo simulato aveva circa 300 milioni di anni
- le velocità del gas arrivavano fino a 4,2 volte quella del suono
- i grumi stellari risultano tra 2,6 e 66,5 masse solari
Il paper Turbulence in Primordial Dark Matter Halos and Its Impact on the First Star Formation collega questo comportamento alla funzione di massa iniziale delle prime stelle. In termini più semplici, la turbolenza può cambiare quante stelle piccole, medie o grandi si formano nella prima generazione cosmica.
Cosa cambia per la storia dell’universo primordiale
La massa delle prime stelle influenza tutto ciò che arriva dopo. Una stella molto massiccia vive poco, emette radiazione intensa, riscalda il gas intorno a sé e può esplodere come supernova. Questo feedback può bloccare o ritardare altra formazione stellare nella stessa regione.
Se molte stelle di Popolazione III fossero state meno massicce, anche il loro impatto chimico sarebbe stato diverso. Le supernove avrebbero distribuito metalli in modo meno uniforme o meno estremo rispetto a uno scenario dominato da stelle gigantesche. Questo aiuta a spiegare perché alcune stelle antiche della Via Lattea mostrano ancora una metallicità molto bassa.
Il punto è rilevante anche per il lavoro del telescopio James Webb. JWST sta osservando galassie sempre più lontane e primitive, mentre gli astrofisici cercano indizi indiretti sulle prime generazioni stellari. Non è detto che le stelle di Popolazione III siano osservabili direttamente con facilità, ma i loro effetti possono restare impressi nelle galassie e nelle nubi di gas successive.
Su tech.icrewplay.com abbiamo già raccontato come il telescopio Webb stia riscrivendo la storia dell’universo primordiale. Queste simulazioni si muovono nello stesso territorio: non aggiungono una nuova immagine spettacolare, ma cambiano i parametri con cui leggere ciò che gli strumenti osservano.
Il contesto generale resta quello della cosiddetta alba cosmica. La NASA spiega che le prime stelle potrebbero essersi formate già circa 100 milioni di anni dopo il Big Bang, quando regioni dense di idrogeno ed elio iniziarono a collassare sotto la propria gravità.
Perché una simulazione non chiude il caso
Questi risultati non sono una fotografia diretta delle prime stelle. Sono simulazioni ad alta risoluzione, quindi dipendono da modelli fisici, parametri numerici e ipotesi sul comportamento del gas primordiale. Il loro valore sta nel mostrare un meccanismo plausibile che può essere confrontato con osservazioni e altri modelli.
Serve prudenza anche sulle masse. Dire che le prime stelle erano meno massicce non significa abbassare tutte le stime in modo uniforme. Significa riconoscere una distribuzione più ampia, dove accanto a stelle molto grandi potevano esistere oggetti più modesti rispetto alle aspettative iniziali.
Questa revisione incide anche sulla domanda più ampia: perché l’universo esiste e come ha preso la forma attuale. Ogni dettaglio sulla prima formazione stellare aiuta a ricostruire il passaggio da un cosmo quasi privo di struttura a un universo pieno di galassie, stelle e sistemi planetari.
Il prossimo passo sarà mettere insieme simulazioni, osservazioni del Webb, archeologia stellare nella Via Lattea e modelli chimici. Se la turbolenza primordiale verrà confermata come ingrediente comune dei minialoni, le prime stelle dell’universo andranno raccontate meno come giganti isolate e più come una popolazione complessa, nata dentro un cosmo già agitato.