Per mesi è stato liquidato come un corpo celeste fuori standard ma innocuo. Poi, senza annunci pubblici né conferenze stampa, qualcosa è cambiato. Un documento ufficiale, poche righe formali, ha spostato 3I/ATLAS dal piano dell’astronomia a quello della sicurezza nazionale. Ed è da qui che la storia diventa interessante.
3I/ATLAS è il terzo oggetto interstellare mai osservato attraversare il nostro sistema solare. Già questo basterebbe a renderlo raro. Il problema è che i suoi dati osservativi non si comportano come dovrebbero. E quando un oggetto spaziale inizia a ricevere trattamenti tipici dell’intelligence, la questione non è più “cos’è”, ma “perché viene gestito così”.
Cos’è 3I/ATLAS e perché non è un oggetto come gli altri

La sigla 3I indica il terzo Interstellar Object identificato dall’umanità. ATLAS è il sistema di sorveglianza astronomica che lo ha individuato. Fin qui, tutto regolare. Il punto è ciò che è emerso dopo.
3I/ATLAS mostra una serie di anomalie misurate, non ipotizzate. La direzione della coda non segue i modelli classici delle comete. Alcuni allineamenti geometrici risultano difficili da ricondurre a semplici effetti gravitazionali. Anche la composizione del materiale espulso non rientra perfettamente nei parametri più comuni.
Nulla che dimostri un’origine artificiale. Ma abbastanza da giustificare uno studio approfondito. Studio che, di fatto, non è mai stato condotto in modo trasparente.
Il caso delle immagini ufficiali: un vuoto che pesa
Qui nasce una delle incongruenze più evidenti. Le agenzie spaziali, in particolare la NASA, sono perfettamente in grado di produrre immagini ad altissima definizione di comete, asteroidi e nuclei ghiacciati a distanze enormi.
Con 3I/ATLAS, invece, il materiale rilasciato è sorprendentemente povero. Immagini scientifiche grezze, a bassa leggibilità, poco utili per comprendere forma e struttura dell’oggetto. Nel frattempo, astrofotografi indipendenti, con strumenti privati, riescono a ottenere risultati più chiari.
Questo non è sospetto in senso narrativo. È una discrepanza tecnica. Ed è il tipo di discrepanza che, nella scienza, genera domande legittime.
Quando entra in gioco la CIA

Il vero cambio di livello arriva con una richiesta FOIA. John Greenewald Jr., fondatore di The Black Vault, chiede alla Central Intelligence Agency se esistano documenti interni, immagini o valutazioni su 3I/ATLAS.
La risposta non è una smentita.
Non è una conferma.
È una Glomar Response.
Nel linguaggio dell’intelligence, questa formula viene usata solo quando anche ammettere l’esistenza o la non esistenza di informazioni è considerato sensibile per la sicurezza nazionale. Non è una risposta generica. Non è una scorciatoia burocratica. È la risposta più restrittiva disponibile.
Ed è qui che il caso 3I/ATLAS smette di essere solo astronomia.
Perché una Glomar Response è fuori scala per un oggetto spaziale
Esistono precedenti FOIA su comete e fenomeni astronomici. In quei casi, le agenzie hanno rilasciato documentazione senza problemi. Le comete non coinvolgono fonti e metodi di intelligence. Gli oggetti naturali non richiedono tutele legate al National Security Act.
Eppure, per 3I/ATLAS, la CIA richiama norme pensate per proteggere capacità sensibili. Questo non significa che l’oggetto sia qualcosa di specifico. Significa che qualcuno ritiene non banale anche solo parlarne.
Ed è una distinzione cruciale.
La posizione di Avi Loeb e il problema del dibattito chiuso

A intervenire pubblicamente è anche Avi Loeb, uno degli astrofisici più noti al mondo. La sua posizione non è sensazionalistica, ma metodologica.
Loeb sottolinea che 3I/ATLAS presenta elementi fuori standard e che la chiusura rapida del caso rappresenta un errore scientifico. Non perché porti a conclusioni scomode, ma perché interrompe il processo di verifica.
Un punto chiave riguarda l’assenza di segnali radio. Secondo Loeb, questo dato non chiude nulla. Un oggetto interstellare di origine tecnologica, ammesso e non concesso, non avrebbe alcun motivo di trasmettere né di farlo verso la Terra. Pretendere risposte definitive da osservazioni limitate è una debolezza, non una soluzione.
Due livelli di gestione dello stesso evento
Qui emerge una lettura razionale, anche se inquietante. Da una parte, la comunicazione scientifica pubblica offre l’interpretazione più probabile per evitare allarmismi. Dall’altra, le agenzie di sicurezza continuano a monitorare l’evento in silenzio.
Nel linguaggio della gestione del rischio, questo è un evento cigno nero: probabilità bassa, impatto potenzialmente enorme. Per uno Stato, ignorare un evento del genere non è accettabile, anche se le possibilità che sia rilevante sono minime.
Ed è esattamente in questo spazio che si colloca 3I/ATLAS.
Il vero nodo del caso 3I/ATLAS

Questo caso non dimostra che 3I/ATLAS sia qualcosa di artificiale. Non parla di extraterrestri. Non fornisce risposte definitive. Fa qualcosa di più destabilizzante: mostra una frattura tra linguaggio scientifico pubblico e linguaggio istituzionale riservato.
Le comete non ricevono Glomar Response.
Gli oggetti astronomici non vengono coperti da norme sulla sicurezza nazionale.
Qui sì.
Il punto non è stabilire cosa sia 3I/ATLAS. Il punto è chiedersi perché venga trattato come qualcosa che non può essere ignorato. Finché il suo passaggio nel sistema solare non sarà completato e i dati non saranno analizzati senza fretta, chiudere il caso equivale a scegliere di non guardare.
E nella scienza, come nella sicurezza, scegliere di non guardare è quasi sempre l’errore più grave.