Quando perfino i dipendenti di una delle aziende simbolo della sorveglianza algoritmica iniziano a parlare apertamente di disgusto morale, significa che qualcosa si è rotto. Secondo una nuova inchiesta di Wired, anche all’interno di Palantir Technologies sta montando una protesta senza precedenti contro l’operato dell’Immigration and Customs Enforcement.
Una frattura nata dopo l’uccisione dell’infermiere Alex Pretti, colpito a morte da agenti federali durante un’operazione a Minneapolis. Un evento che ha superato una soglia, anche per chi lavora in un’azienda storicamente legata alla sicurezza nazionale e all’intelligence.
“ICE sono i cattivi”: lo scontro esplode su Slack
Secondo Wired, la protesta è esplosa in canali Slack aziendali dedicati alle notizie. Qui, dipendenti Palantir hanno iniziato a mettere in discussione apertamente il rapporto tra l’azienda e il Department of Homeland Security, che supervisiona ICE e Border Patrol.
Un messaggio, diventato rapidamente virale internamente, recitava senza giri di parole:
“Secondo me ICE sono i cattivi. Non sono orgoglioso che l’azienda per cui lavoro sia coinvolta in tutto questo”.
Il messaggio ha raccolto decine di reazioni di supporto. Non una voce isolata, ma un sentimento condiviso. Altri dipendenti hanno sollevato dubbi pragmatici, legati alla reputazione e al futuro economico dell’azienda, soprattutto in vista di possibili cambi di amministrazione politica negli Stati Uniti.
Dipendenti all’oscuro dei contratti più delicati

Un elemento chiave della protesta è la mancanza di trasparenza interna. Secondo Wired, Palantir avrebbe mantenuto un livello di segretezza così elevato sul lavoro svolto con ICE che molti dipendenti hanno scoperto i dettagli leggendo articoli di giornale, non documenti aziendali.
Tra questi dettagli c’è l’uso di strumenti avanzati di tracciamento. Un’inchiesta di 404 Media ha rivelato che Palantir avrebbe fornito a ICE un sistema chiamato “ELITE”, usato per incrociare dati sanitari e governativi, creando dossier individuali con informazioni su residenza e profili personali.
In parallelo, l’azienda ha ottenuto un contratto da 30 milioni di dollari per sviluppare “ImmigrationOS”, una piattaforma progettata per offrire visibilità quasi in tempo reale su persone che lasciano il Paese e per l’analisi mirata di popolazioni considerate di interesse.
“Stiamo aiutando deportazioni illegittime?”
Nei messaggi interni citati da Wired, alcuni dipendenti si spingono oltre. C’è chi chiede apertamente se la tecnologia Palantir venga usata per rastrellare persone senza precedenti penali, richiedenti asilo o cittadini in regola.
“Possibile che non stiamo contribuendo a questo?”, scrive un lavoratore. Un altro arriva a chiedere se Palantir possa esercitare pressione su ICE per fermare pratiche considerate abusive.
Sono domande che mostrano un disagio profondo. Non ideologico, ma operativo.
La risposta dell’azienda non convince

Di fronte alla protesta, il team interno per le libertà civili di Palantir ha aggiornato la documentazione interna, spiegando il rapporto con ICE e sostenendo che la tecnologia servirebbe a ridurre i rischi e rendere le operazioni più mirate.
Il documento riconosce apertamente il rischio reputazionale e cita le accuse di profilazione razziale e deportazioni illegittime. Ma insiste sul fatto che ICE resterebbe impegnata a evitare il targeting illegale di cittadini statunitensi.
Una posizione che non ha placato le critiche. In successive discussioni, dirigenti Palantir hanno ammesso che l’azienda non controlla nel dettaglio ogni utilizzo delle sue piattaforme, liquidando il problema degli abusi come il risultato inevitabile di “mele marce”.
Una risposta che ha ulteriormente esasperato i dipendenti.
Il timore di database e abusi
La tensione è salita ancora quando alcuni lavoratori hanno chiesto chiarimenti su un video circolato online, in cui un agente ICE afferma di aver inserito un cittadino in un database etichettandolo come “terrorista domestico” dopo aver scansionato la sua auto.
Un dirigente ha negato che Palantir fosse dietro quel database. Ma il danno, a livello di fiducia interna, era ormai fatto.
Un malcontento che attraversa le linee politiche
Il caso Palantir non è isolato. Secondo il giornalista Ken Klippenstein, l’indignazione per quanto accaduto a Minneapolis sta attraversando anche le forze federali stesse. Alcuni agenti ICE avrebbero espresso privatamente shock per l’uso della forza letale, giudicata evitabile.
“Dieci agenti non sono riusciti a fermare un uomo senza sparargli?”, avrebbe commentato uno di loro.
Quando il silenzio non è più sostenibile
Palantir è sempre stata un’azienda controversa. Ma questa volta la contestazione nasce dall’interno, da chi conosce bene il potenziale delle tecnologie sviluppate e i rischi del loro impiego.
Quando anche chi lavora su sistemi di sorveglianza avanzata inizia a chiedersi se il limite etico sia stato superato, il problema smette di essere astratto. Diventa strutturale.
E a questo punto, ignorarlo non è più un’opzione.
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