Esiste una categoria di persone convinta che la vita sia un costante seminario di crescita personale. Sono i Motivatori Non Richiesti: individui che, armati di tre citazioni lette su un tram o che, ahi noi, hanno sostenuto un esame di psicologia all’università e un entusiasmo sospetto, si sentono in dovere di riparare l’esistenza altrui.

Costoro ignorano il monito di Wittgenstein secondo cui “su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”, preferendo invece l’abbaglio di soluzioni prefabbricate. Ecco i loro cavalli di battaglia e le contromisure per non farsi travolgere dalla loro invadente benevolenza. Ecco i loro cavalli di battaglia e le contromisure per non farsi travolgere.
1. Il dogma del volere è potere dei motivatori
Il capostipite di ogni assurdità presuppone che la realtà sia fatta di pongo e che basti un’intensa attività cerebrale per piegare la fisica ai propri desideri. È un’interpretazione così volgare di Schopenhauer che il filosofo inizierebbe a prendervi a bastonate col suo bastone da passeggio dopo soli tre secondi di conversazione. Secondo questa logica, se non hai ancora vinto il Superenalotto o curato la miopia con la telepatia, è solo perché non ci stai mettendo abbastanza grinta.
L’assurdità di questo concetto raggiunge vette liriche quando viene applicata alle piccole sfighe quotidiane o alle grandi crisi esistenziali. Se volere fosse davvero potere, la forza di gravità sarebbe un’opinione negoziabile e le bollette si pagherebbero con la sola proiezione astrale del proprio conto corrente. È il trionfo del magico sul reale, una versione per adulti della lettera a Babbo Natale, ma scritta con il font di un manuale di marketing.

Per ignorare questo afflato mistico, guardateli con la calma piatta di chi ha appena raggiunto il nirvana e rispondete che avete appena provato a volere intensamente la fine della conversazione. Constatate poi con rammarico che la vostra volontà ha trovato un limite metafisico invalicabile proprio nella loro loquacità. Se insistono, spiegate che la vostra forza di volontà è attualmente impegnata a mantenere integra la struttura molecolare del vostro caffè e non può essere distolta per scopi meno nobili.
2. L’ossessione per la zona di comfort
Secondo il motivatore medio, se non stai facendo qualcosa che ti terrorizza o ti disgusta, stai praticamente morendo. La “comfort zone” viene dipinta come una palude tossica, ignorando che essa è spesso l’unico luogo dove, parafrasando Pascal, l’uomo può sedere in una stanza tranquillo senza farsi del male. La pretesa è che tu debba perennemente vivere in uno stato di tachicardia controllata per sentirti “vivo”, come se la vita fosse un provino infinito per uno spot di bibite energetiche.
Perché mai dovrei abbandonare un perimetro faticosamente reso ospitale, con le mie coperte, i miei silenzi e la mia temperatura ideale, per andare dove regnano il vento, il rumore e la gente che urla? L’idea che lo stress sia l’unico carburante dell’anima è un’invenzione di chi ha troppa ansia e vuole distribuirla democraticamente al prossimo. Uscire dalla zona di comfort è un ottimo consiglio se sei un paracadutista, un po’ meno se stai cercando di finire un libro senza che qualcuno ti chieda di “osare”.

Per neutralizzare l’esortazione, dichiarate con orgoglio che la vostra zona di comfort è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO e che l’accesso ai motivatori è interdetto per preservarne l’ecosistema. Se continuano a spronarvi verso l’ignoto, dite loro che avete già dato: siete usciti di casa per venire a ascoltarli e quell’eccesso di adrenalina vi basterà per i prossimi tre anni solari. La coerenza del pigro è un’arma che non sanno maneggiare.
3. La dittatura del pensa positivo
L’idea che ogni tragedia o fastidio debba essere filtrato attraverso una lente rosa shocking è l’equivalente verbale del mettere un cerotto con i glitter su una frattura scomposta. È una forma di ottimismo obbligatorio che avrebbe fatto venire l’orticaria a Leopardi, il quale sapeva bene che la natura è una matrigna distratta e non un coach motivazionale. Negare la realtà del dolore o del fastidio non la rende più mite, la rende solo più allucinogena e irritante per chi la subisce.
Il motivatore positivo è quello che, mentre affondi col Titanic, ti fa notare quanto sia rinfrescante l’acqua dell’Atlantico e quanto sia stellata la notte. È una negazione sistematica del diritto al malumore, una censura delle emozioni “basse” in nome di una felicità di plastica che puzza di finto lontano un chilometro. Se tutto deve essere un’opportunità di crescita, anche un funerale diventa un workshop sulla gestione della perdita, il che è francamente imbarazzante.

Il metodo migliore per ignorarli è sospirare profondamente e ammettere di stare pensando positivamente al fatto che, per la legge delle probabilità, prima o poi il loro monologo dovrà pur terminare. Spiegate che il vostro pessimismo è in realtà un realismo preventivo: se vi aspettate il peggio e accade, avevate ragione; se accade il meglio, è una sorpresa. In entrambi i casi, avete vinto voi e la loro positività forzata può andare a farsi un giro nel giardino di Epicuro.
4. Il miracolo del non pensarci
Questo consiglio arriva solitamente mentre siete morsi dall’ansia più feroce, quella che vi fa sentire il battito cardiaco nelle orecchie. È la soluzione che la scienza non ha ancora ufficializzato perché troppo rivoluzionaria: ignorare il problema finché non scompare o finché non scompari tu. Si tratta di un paradosso logico degno di Zenone: è come chiedere a qualcuno di non pensare a un elefante bianco; l’elefante diventerà istantaneamente l’unico inquilino della sua scatola cranica.
Dire a qualcuno di “non pensarci” è un atto di pigrizia intellettuale mascherato da pragmatismo. È il modo in cui chi non ha voglia di ascoltare liquida la complessità del tuo stato d’animo, come se il cervello avesse un tasto “delete” che tu, per pura distrazione, hai dimenticato di premere. È un insulto all’intelligenza di chi soffre e un monumento alla superficialità di chi elargisce la perla, convinto di aver appena risolto l’enigma di Edipo.

La contromisura più efficace è sussurrare con una complicità inquietante di aver già applicato il metodo: avete appena smesso di pensare a loro come a persone dotate di un barlume di empatia. Guardateli fisso negli occhi e aggiungete che funziona benissimo, perché ora vi sentite molto più leggeri, quasi come se fossero diventati trasparenti. Non c’è niente di più efficace del restituire il vuoto a chi cerca di riempirti la testa di aria fritta.
5. La saggezza del tutto accade per una ragione
La risposta universale a ogni evento, dal caffè rovesciato sulla camicia bianca alla fine di una civiltà, è il modo più pigro per evitare di affrontare la casualità caotica dell’universo. Trasforma il cosmo in un pessimo sceneggiatore di serie TV che inserisce colpi di scena senza senso solo per arrivare a fine stagione e incassare lo stipendio. È il determinismo dei poveri di spirito, quelli che hanno bisogno di un disegno divino anche dietro un ingorgo sul Grande Raccordo Anulare.
Credere che ci sia un “perché” superiore dietro ogni sfiga è una forma di narcisismo cosmico: pensare che l’universo intero si sia preso il disturbo di organizzarti un disastro solo per impartirti una lezione di vita. La realtà è che il mondo è indifferente e le cose accadono perché devono accadere, senza alcun intento pedagogico. Accettare il caos è molto più dignitoso che inventarsi una trama spirituale per giustificare un errore di calcolo o una semplice sfortuna.

Dinnanzi a tale saggezza d’accatto, si può solo annuire con la gravità di un filosofo stoico e chiosare che la ragione per cui quella persona è lì, in quel momento, è probabilmente quella di ricordarvi quanto sia prezioso il dono del silenzio. Ringraziateli per l’epifania e allontanatevi lentamente, convinti che la vera ragione di quell’incontro sia stata testare la vostra pazienza. Se l’universo voleva darvi una lezione, eccola servita: i motivatori sono il vero test di resistenza dell’anima.
In definitiva, il vero segreto della crescita personale non risiede nel seguire i precetti di chi vende entusiasmo a buon mercato, ma nell’imparare l’arte nobilissima di ignorarli. Esiste una dignità profonda nel restare esattamente dove si è, con i propri dubbi, i propri silenzi e la propria zona di comfort perfettamente climatizzata, senza sentire il bisogno di trasformare ogni respiro in una performance da medaglia d’oro. La vita, dopotutto, non è un’azienda da quotare in borsa, ma un’esperienza da attraversare con il minor numero possibile di slogan appiccicati addosso.

Del resto, se l’universo avesse davvero voluto che fossimo costantemente motivati, non avrebbe inventato il concetto di stanchezza, né tantomeno quello di ironia. Accettare che la maggior parte dei consigli non richiesti serva solo a chi li dà per sentirsi utile, è il primo vero passo verso una libertà autentica. Una libertà che non ha bisogno di “vision”, “mission” o altre parole che suonano bene solo nelle presentazioni in PowerPoint, ma che si nutre della meravigliosa capacità di dire: “Grazie, ma preferirei di no”, proprio come il buon vecchio Bartleby di Melville.
Quindi, la prossima volta che un motivatore vi si avvicina con lo sguardo acceso di chi ha appena scoperto l’acqua calda, fate un favore a voi stessi e alla filosofia: restate immobili. Non sorridete, non uscite da nessuna zona, non pensate positivo e, soprattutto, non cercate ragioni cosmiche nel fatto che quella persona stia occupando il vostro spazio vitale. La ragione è banale, statistica e puramente biologica, e la soluzione è l’unica che la scienza (e il buon gusto) dovrebbe ufficializzare: fingersi morti.