Un team internazionale guidato dall’Università del Kentucky ha scoperto qualcosa che, fino a pochi anni fa, sarebbe sembrato impensabile: l’unico insetto nativo dell’Antartide sta già ingerendo microplastiche.

La ricerca, pubblicata su Science of the Total Environment, rappresenta il primo studio a indagare gli effetti delle microplastiche su un insetto antartico e il primo a confermare la presenza di particelle di plastica all’interno di esemplari selvatici.
Un risultato che, ancora una volta, dimostra quanto l’inquinamento da plastica sia diventato globale.
Belgica antarctica: il sopravvissuto estremo
La protagonista dello studio è Belgica antarctica, un minuscolo moscerino non pungente grande quanto un chicco di riso. È l’insetto più meridionale del pianeta e l’unica specie esclusivamente nativa dell’Antartide.
Le sue larve vivono tra muschi e alghe lungo la Penisola Antartica, in ambienti umidi e apparentemente incontaminati. In alcune zone si raggiungono densità impressionanti: fino a 40.000 individui per metro quadrato.

Non è un insetto qualunque. È un “poliestrimofilo”, capace di sopravvivere a:
- freddo estremo
- disidratazione
- alta salinità
- forti escursioni termiche
- intensa radiazione UV
Proprio per questa straordinaria resilienza, i ricercatori si sono posti una domanda chiave: questa robustezza naturale può proteggerlo anche da un nuovo fattore di stress come le microplastiche?
Antartide incontaminata? Non proprio
Sebbene l’Antartide venga spesso considerata uno degli ultimi ecosistemi intatti del pianeta, studi precedenti avevano già rilevato frammenti di plastica nella neve fresca e nelle acque circostanti.
Le microplastiche arrivano attraverso:
- correnti oceaniche
- trasporto eolico
- attività umane legate a stazioni di ricerca e traffico navale
I livelli sono inferiori rispetto ad altre aree del mondo, ma il punto è un altro: la plastica è arrivata anche lì.
Esperimenti di laboratorio: effetti invisibili ma reali
In laboratorio, i ricercatori hanno esposto le larve a diverse concentrazioni di microplastiche.
Il risultato iniziale è stato sorprendente: nessuna riduzione significativa della sopravvivenza; nessuna alterazione evidente del metabolismo di base.
In apparenza, tutto normale.

Ma analizzando in profondità, è emerso un effetto più sottile: le larve esposte a concentrazioni più alte mostravano una riduzione delle riserve di grasso.
Carboidrati e proteine rimanevano stabili, ma il grasso – fondamentale per accumulare energia in un ambiente estremo come quello antartico – diminuiva.
In un ecosistema dove l’energia è una questione di sopravvivenza, questo dettaglio non è secondario.
Microplastiche trovate negli insetti selvatici
La parte forse più importante dello studio è arrivata nella seconda fase.
Durante una spedizione del 2023 lungo la Penisola Antartica occidentale, i ricercatori hanno raccolto larve in 20 siti distribuiti su 13 isole.
Grazie alla collaborazione con specialisti italiani dell’Università di Modena e Reggio Emilia e con il centro Elettra Sincrotrone Trieste, è stato possibile analizzare il contenuto intestinale utilizzando strumenti di imaging avanzato capaci di identificare particelle fino a quattro micrometri — invisibili a occhio nudo.
Su 40 larve analizzate, sono stati trovati due frammenti di microplastica.
Solo due. Un numero apparentemente minimo.
Ma il segnale è chiaro: la plastica è entrata nel sistema.
Un problema ancora contenuto, ma reale
Secondo i ricercatori, al momento le microplastiche non stanno “invadendo” le comunità del suolo antartico. Tuttavia, il fatto stesso che siano già presenti negli organismi selvatici indica che il processo è iniziato.
Il moscerino non ha predatori terrestri noti, quindi la plastica ingerita difficilmente salirà lungo la catena alimentare. Ma resta una preoccupazione importante: le larve si sviluppano in due anni e il cambiamento climatico sta rendendo l’Antartide più calda e secca, aggiungendo nuove pressioni ambientali.
Microplastiche + stress climatico = combinazione ancora poco studiata.
L’inquinamento globale non ha confini
La scoperta rafforza un dato ormai evidente: l’inquinamento da plastica è arrivato ovunque.
Anche in un luogo senza alberi, quasi privo di vegetazione, lontano migliaia di chilometri dai grandi centri urbani.

L’Antartide, proprio perché possiede un ecosistema relativamente semplice, offre un laboratorio naturale ideale per studiare l’impatto delle microplastiche in modo controllato. Ciò che si impara lì potrebbe avere implicazioni molto più ampie.
Cosa succede ora?
I prossimi passi prevedono:
- monitoraggio continuo delle microplastiche nei suoli antartici
- studi a lungo termine sull’esposizione
- esperimenti multi-stress che combinano plastica e cambiamento climatico
Perché la vera domanda non è più “se” la plastica sia arrivata anche negli angoli più remoti del pianeta.
La domanda è: quali effetti avrà nel lungo periodo?
E l’Antartide potrebbe essere il primo posto dove inizieremo a capirlo davvero.