Siamo abituati a pensare che le eruzioni esistano solo sulla Terra, ma anche Marte ha in realtà i suoi vulcani e sono pure attivi.
Quando pensiamo a un’eruzione vulcanica, immaginiamo un evento improvviso e spettacolare. In realtà, ciò che vediamo in superficie è spesso il risultato di processi lenti e complessi che si sviluppano per lunghissimi periodi nel sottosuolo. Il magma si sposta, cambia composizione chimica e può restare intrappolato per ere prima di trovare uno sbocco.

Secondo un recente studio pubblicato su Geology, questa dinamica non riguarda solo la Terra: anche Marte avrebbe ospitato sistemi magmatici attivi e in continua evoluzione molto più a lungo di quanto si pensasse.
Il caso Pavonis Mons: un vulcano con una storia più lunga del previsto
Il team internazionale coinvolto nello studio comprende ricercatori della Adam Mickiewicz University, della University of Iowa e del Lancaster Environment Centre.
L’area analizzata si trova a sud di Pavonis Mons, uno dei più grandi vulcani del pianeta rosso.

Grazie alla combinazione tra:
- mappatura di superficie ad alta precisione
- dati mineralogici raccolti da sonde orbitali
gli scienziati sono riusciti a ricostruire l’evoluzione del sistema vulcanico con un livello di dettaglio sorprendente.
Il risultato? Non si tratta di un’unica grande eruzione, ma di un sistema rimasto attivo nel tempo, con fasi multiple e cambiamenti strutturali nel sottosuolo.
Eruzioni multiple, stessa camera magmatica
L’analisi ha identificato diverse fasi evolutive:
- Fase iniziale – Colate laviche diffuse provenienti da fratture nel terreno.
- Fasi successive – Eruzioni più localizzate, con formazione di strutture coniche.
Anche se oggi questi depositi appaiono morfologicamente diversi, erano alimentati dalla stessa riserva magmatica profonda.

La chiave è arrivata dallo studio dei minerali: ogni fase ha lasciato una “firma chimica” distinta. Questo indica che:
- la composizione del magma cambiava nel tempo
- variava la profondità di origine
- cambiavano i tempi di permanenza sotto la superficie
In altre parole: il sistema evolveva, non era statico.
Il valore dei dati orbitali
Non possiamo ancora raccogliere campioni direttamente dai vulcani marziani. Per questo motivo, l’analisi da orbita è fondamentale. Le misurazioni spettroscopiche e le immagini ad alta risoluzione permettono di:
- dedurre la composizione mineralogica
- ricostruire sequenze eruttive
- inferire la struttura interna del pianeta

Questo studio dimostra quanto l’osservazione orbitale sia potente per comprendere l’evoluzione geologica non solo di Marte, ma anche di altri pianeti rocciosi.
Perché è importante?
La narrazione di un Marte “geologicamente morto” diventa sempre più fragile. Se anche nelle sue fasi più recenti il pianeta ha mantenuto sistemi magmatici complessi e attivi nel tempo, significa che:
- l’interno marziano è rimasto dinamico più a lungo del previsto
- la storia termica del pianeta va ricalibrata
- l’evoluzione dei pianeti rocciosi potrebbe essere più simile a quella terrestre di quanto pensassimo
E quando parliamo di evoluzione interna, parliamo anche di potenziale abitabilità passata, circolazione di fluidi e interazioni crosta-mantello.
Marte continua a raccontarci che la superficie è solo l’ultimo livello visibile di un sistema molto più profondo.