Una mano robotica capace di staccarsi dal proprio braccio, camminare autonomamente usando le dita come se fossero zampe e afferrare più oggetti contemporaneamente, anche in spazi estremamente ristretti. È il risultato di una ricerca guidata dal Politecnico federale di Losanna (EPFL) e pubblicata sulla rivista Nature Communications.
Non è solo un esercizio di stile tecnologico. Questa mano nasce con un obiettivo preciso: superare i limiti funzionali della mano umana, soprattutto in contesti dove la nostra anatomia diventa un ostacolo.
Perché imitare la mano umana non basta più

Per decenni la robotica ha cercato di copiare la mano umana, considerata un capolavoro di destrezza ed efficienza. Cinque dita, un palmo, prese raffinate. Ma proprio questa struttura “familiare” presenta dei limiti evidenti: la mano umana afferra quasi sempre da un solo lato e fatica in spazi complessi, angusti o irregolari.
Il team guidato da Xiao Gao ha deciso di cambiare approccio. Invece di imitare l’uomo, ha progettato una mano simmetrica, con cinque o sei dita distribuite attorno a un palmo circolare di circa 16 centimetri di diametro. Una scelta che apre possibilità del tutto nuove.
Cammina come un ragno, afferra come una pinza intelligente
La caratteristica più impressionante è la capacità della mano di staccarsi dal braccio robotico e muoversi in autonomia. Le dita diventano vere e proprie gambe: la mano cammina, si arrampica, raggiunge zone altrimenti inaccessibili e poi torna indietro.
Durante i test, il prototipo ha dimostrato di poter:
- afferrare fino a tre oggetti diversi uno dopo l’altro,
- riattaccarsi al braccio mantenendo una presa stabile su tutti gli oggetti,
- manipolare oggetti di forme e materiali diversi, come tubi di cartone, palline di gomma, pennarelli e lattine.
Il sistema riesce inoltre a replicare 33 tipi di presa tipici della mano umana e a sostenere carichi fino a due chilogrammi, un risultato notevole per un dispositivo così compatto e mobile.
Dove può fare la differenza

Le applicazioni pratiche sono numerose e concrete. I ricercatori indicano diversi scenari in cui una mano di questo tipo potrebbe diventare fondamentale:
- operazioni di soccorso e gestione di catastrofi, dove serve raggiungere fessure, macerie o spazi instabili;
- ispezioni industriali, all’interno di tubazioni, macchinari complessi o ambienti pericolosi per l’uomo;
- logistica e magazzini, in cui gli oggetti sono spesso ravvicinati e difficili da afferrare con bracci robotici tradizionali.
In tutti questi contesti, la possibilità di separare l’organo “operativo” dal resto del sistema rappresenta un vantaggio enorme in termini di flessibilità.
Un nuovo modo di pensare la robotica

Questa mano robotica non cerca di sembrare umana. Cerca di essere più efficace dell’uomo in situazioni specifiche. Ed è proprio questo il punto chiave della ricerca: smettere di copiare la natura in modo letterale e iniziare a reinterpretarla, adattandola a esigenze che il corpo umano non può soddisfare.
Il prototipo è ancora in fase sperimentale, ma il concetto è chiaro. In futuro, i robot non saranno più entità rigide e monolitiche, ma sistemi modulari, capaci di separarsi, adattarsi e ricomporsi in base al compito.
E se una mano che cammina da sola sulle dita oggi ci sorprende, domani potrebbe diventare semplicemente uno strumento indispensabile.
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