Intacture porta l’intelligenza artificiale sotto la montagna. Il nuovo data center in Val di Non nasce dentro una miniera attiva di dolomia, a circa 100 metri di profondità, e usa la temperatura stabile della roccia per ridurre il peso del raffreddamento.
La notizia conta perché i data center non sono più un dettaglio invisibile del digitale. Ogni chatbot, servizio cloud o modello AI ha bisogno di server accesi, energia continua e sistemi capaci di smaltire calore. Intacture prova a rispondere a una domanda concreta: dove mettiamo infrastrutture così energivore senza aumentare troppo la pressione su acqua e territorio?
Perché Intacture usa una miniera per raffreddare l’AI

Intacture sfrutta il free cooling: la roccia mantiene una temperatura naturale intorno ai 12 gradi e aiuta a raffreddare i server senza dipendere sempre da impianti tradizionali. Il progetto dichiara anche un circuito chiuso, quindi senza consumo d’acqua per il raffrescamento.
Sul sito ufficiale Intacture viene presentato come data center ipogeo alimentato da fonti rinnovabili, con oltre l’80% della struttura sotto terra. È un dato importante, perché riduce l’impronta in superficie e riusa uno spazio minerario già esistente.
Il punto tecnico da guardare è il PUE, cioè l’indice che misura quanta energia totale serve rispetto a quella usata dai server. Un valore vicino a 1 indica maggiore efficienza. Per Intacture viene indicato un obiettivo sotto 1,25, interessante per una struttura pensata anche per carichi AI.
Data center in Trentino: numeri, potenza e ricerca
Il progetto nasce tramite Trentino DataMine, con una partecipazione pubblica e privata: il 49% fa capo all’Università di Trento e il 51% a imprese locali selezionate con gara. L’investimento complessivo supera 50 milioni di euro, con 18,4 milioni di fondi PNRR.
A regime, l’infrastruttura potrà arrivare fino a 6 megawatt e a una capacità stimata fino a 200 petaflops. Tradotto: molta potenza per ricerca scientifica, cybersecurity, industria, sanità digitale e modelli di intelligenza artificiale.
Il legame con la ricerca pubblica è uno dei punti più solidi. Non è solo una sala server privata: può diventare un nodo locale per competenze, calcolo e trasferimento tecnologico. In questo senso si collega al tema più ampio degli investimenti europei nella ricerca, già visibile anche nel programma ERC raccontato nel nostro approfondimento su Unione Europea e fondi per la ricerca.
Il vero nodo resta il consumo elettrico dei data center
Il raffreddamento naturale aiuta, ma non cancella il problema principale. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, i data center hanno consumato circa 415 TWh nel 2024 e potrebbero arrivare a circa 945 TWh entro il 2030.
Per questo Intacture va letto come un esperimento serio, non come una soluzione totale. Ridurre acqua e raffreddamento è utile. Però l’AI continua a chiedere più calcolo, più chip, più rete elettrica e più manutenzione. Anche le infrastrutture efficienti vivono dentro questa crescita.
C’è anche un lato ambientale locale. Riutilizzare una miniera limita nuovo consumo di suolo, ma un data center porta cavi, accessi, sicurezza, componenti elettronici e linee energetiche. In un territorio alpino ogni scelta pesa, come mostrano anche le discussioni su biodiversità e fragilità degli ecosistemi, dal caso degli stambecchi alpini e Dna antico fino alle specie che vivono negli ambienti montani.
La vera prova arriverà nei prossimi anni: consumi reali, quota effettiva di rinnovabili, trasparenza sui dati ambientali e durata delle macchine installate. Se quei numeri resteranno solidi, Intacture potrebbe diventare un modello replicabile. Se resterà solo una bella inaugurazione sotto roccia, sarà un’occasione sprecata.