Un team di ricercatori dell’University College London ha identificato un meccanismo biologico naturale che consente al corpo di spegnere l’infiammazione quando non è più necessaria. La scoperta potrebbe aprire la strada a nuove terapie per malattie croniche come artrite reumatoide, patologie cardiovascolari e diabete.
L’infiammazione: alleata indispensabile, ma pericolosa se non si spegne
L’infiammazione è un processo fondamentale per la sopravvivenza: protegge l’organismo da infezioni e lesioni. Dolore, rossore, calore e gonfiore sono segnali che il sistema immunitario è attivo e sta intervenendo.

Il problema nasce quando questo meccanismo resta “acceso” troppo a lungo. In questi casi si parla di infiammazione cronica, una condizione che può contribuire allo sviluppo di malattie degenerative e autoimmuni.
Fino a oggi non era del tutto chiaro come l’organismo passasse dalla fase di attacco immunitario alla fase di guarigione. Lo studio, pubblicato su Nature Communications, chiarisce finalmente parte di questo passaggio.
Le epoxy-oxilipine: le molecole lipidiche che calmano il sistema immunitario
I ricercatori hanno identificato un gruppo di piccole molecole derivate dai grassi, chiamate epoxy-oxilipine, che agiscono come regolatori naturali dell’infiammazione.
In particolare, queste molecole impediscono l’accumulo eccessivo dei cosiddetti monociti intermedi, cellule del sistema immunitario coinvolte nei processi infiammatori cronici e associate a danni tissutali e progressione delle malattie.

In condizioni normali, le epoxy-oxilipine vengono degradate da un enzima chiamato sEH (epossido idrolasi solubile). Bloccando questo enzima, è possibile aumentare i livelli delle molecole protettive e favorire la risoluzione dell’infiammazione.
Lo studio sull’uomo: infiammazione controllata e farmaco sperimentale
Per testare questa ipotesi, i ricercatori hanno condotto uno studio su 48 volontari sani.
Ai partecipanti è stata iniettata una piccola quantità di batteri E. coli inattivati dai raggi UV nell’avambraccio, in modo da provocare una risposta infiammatoria temporanea e controllata, simile a quella che si verifica dopo un’infezione.
I volontari sono stati divisi in due gruppi:
- Gruppo profilattico, trattato con il farmaco prima dell’inizio dell’infiammazione.
- Gruppo terapeutico, trattato quattro ore dopo la comparsa dei sintomi.
Il farmaco utilizzato, GSK2256294, blocca l’enzima sEH e impedisce la degradazione delle epoxy-oxilipine.
Risultati: meno cellule infiammatorie, dolore che si risolve più rapidamente
In entrambi i gruppi, il blocco dell’sEH ha portato a un aumento delle epoxy-oxilipine.
I partecipanti che hanno ricevuto il farmaco hanno mostrato:
- Riduzione più rapida del dolore
- Livelli significativamente più bassi di monociti intermedi nel sangue e nei tessuti
Interessante notare che il farmaco non ha modificato in modo significativo i sintomi visibili come rossore o gonfiore. Questo suggerisce un’azione mirata sul profilo immunitario piuttosto che un effetto generico sui segni esterni dell’infiammazione.
Il meccanismo molecolare: il ruolo della proteina p38 MAPK
Un’analisi più approfondita ha individuato una molecola specifica, la 12,13-EpOME, come responsabile dell’effetto protettivo.
Questa molecola agisce bloccando una via di segnalazione cellulare nota come p38 MAPK, una proteina coinvolta nella trasformazione dei monociti in cellule pro-infiammatorie.

Esperimenti di laboratorio e ulteriori test clinici con un inibitore diretto della p38 hanno confermato il meccanismo.
Implicazioni cliniche: verso nuove terapie per malattie croniche
Secondo i ricercatori, si tratta del primo studio a mappare l’attività delle epoxy-oxilipine nell’uomo durante un processo infiammatorio.
La prospettiva più interessante è che il farmaco utilizzato nello studio è già adatto all’uso umano. Questo significa che potrebbe essere riposizionato relativamente rapidamente per trattare riacutizzazioni in malattie infiammatorie croniche.
In ambito reumatologico, ad esempio, gli inibitori dell’sEH potrebbero essere affiancati alle terapie esistenti per valutare se siano in grado di rallentare il danno articolare nell’artrite reumatoide.
Perché questa scoperta è importante
Molti farmaci attuali contro l’infiammazione agiscono sopprimendo il sistema immunitario nel suo complesso, con possibili effetti collaterali importanti.
L’approccio descritto nello studio è diverso: invece di spegnere l’immunità, punta a ripristinare l’equilibrio naturale del sistema, potenziando un meccanismo già presente nell’organismo.
Se i risultati saranno confermati in studi clinici più ampi, potremmo trovarci di fronte a una nuova generazione di trattamenti più selettivi e potenzialmente più sicuri contro l’infiammazione cronica.