Negli ultimi anni l’Artico è passato da area marginale per gli incendi a nuovo fronte caldo del pianeta. I dati satellitari raccontano una storia che riguarda tutti, non solo chi vive oltre il Circolo Polare. Qui non si parla di eventi isolati, ma di un cambiamento che accelera e lascia segni duraturi.
Quando si pensa agli incendi boschivi vengono in mente California, Australia o Amazzonia. L’Artico, fino a poco tempo fa, restava fuori da questa mappa mentale. Oggi non più. Secondo le rilevazioni della NASA e le analisi dell’Arctic Monitoring and Assessment Programme, gli incendi nelle regioni artiche risultano più frequenti, più intensi e molto più estesi rispetto al passato.
Un Artico che si scalda a velocità fuori scala

Il punto di partenza è chiaro: l’Artico si sta riscaldando quasi quattro volte più rapidamente della media globale. Questo dato cambia tutte le regole del gioco. Temperature più alte incidono sulle precipitazioni, riducono l’umidità del suolo e allungano la stagione secca. Il risultato è un ambiente pronto a bruciare.
I satelliti della NASA mostrano superfici annerite dove un tempo dominavano tundra e foreste boreali umide. A rendere la situazione ancora più delicata c’è lo spostamento verso nord dei fulmini, principale causa di innesco degli incendi in queste zone remote, dove l’attività umana resta limitata.
Dal ciclo naturale al comportamento estremo
Il fuoco non è un elemento estraneo ai paesaggi boreali e artici. Da sempre fa parte del loro equilibrio. La differenza, oggi, sta nel modo in cui si manifesta. Jessica McCarty, vicedirettrice della Divisione Scienze della Terra presso l’Ames Research Center, spiega che gli incendi artici iniziano ad assomigliare a quelli delle regioni temperate e tropicali: più aggressivi, più difficili da contenere, più distruttivi.
Non si tratta solo di percezioni. Brendan Rogers del Woodwell Climate Research Center parla di numeri: su scala decennale, la superficie bruciata nell’Artico nordamericano risulta circa doppia rispetto alla metà del Novecento. Un dato che segna un prima e un dopo.
Groenlandia, un segnale che non passa inosservato

Un esempio emblematico arriva dalla Groenlandia. Qui si sono registrati incendi di rilievo nel 2015, nel 2017 e nel 2019. Episodi ravvicinati, in un territorio che storicamente non faceva i conti con il fuoco su questa scala.
Le immagini satellitari mostrano cicatrici ancora visibili a distanza di anni. La vegetazione artica cresce lentamente e fatica a recuperare dopo eventi ripetuti. Questo rende ogni nuovo incendio più impattante del precedente, in una spirale difficile da interrompere.
Stagioni che iniziano prima e finiscono dopo
Uno degli aspetti che colpisce di più i ricercatori è il calendario degli incendi. Oggi si osservano focolai già a fine marzo, molto prima rispetto ai dati storici, e fiamme attive anche dopo le prime nevicate. La stagione del fuoco si allunga e diventa meno prevedibile.
Tatiana Loboda dell’Università del Maryland mette l’accento su un altro elemento critico: la ripetizione. Molte aree bruciano due, tre o persino cinque volte in un arco di tempo ristretto. Tundra e regioni boreali non riescono a rigenerarsi con questi ritmi. Il danno non è solo visivo, ma strutturale.
Torba in fiamme e incendi che non muoiono mai
A preoccupare non è solo la frequenza, ma l’intensità. Gli incendi artici arrivano a coinvolgere strati profondi di torba, enormi riserve di carbonio accumulate in migliaia di anni. Quando la torba brucia, rilascia grandi quantità di gas serra, alimentando il riscaldamento globale in un circuito di retroazione difficile da spezzare.
Da qui nasce il fenomeno degli incendi “zombie”: fiamme che sembrano spente in superficie, ma continuano a covare sottoterra per mesi. Con l’arrivo della primavera e condizioni più secche, riemergono e ripartono, spesso nello stesso punto.
Perché tutto questo riguarda anche chi vive lontano dall’Artico
Pensare che si tratti di un problema distante è un errore strategico. Gli incendi artici influenzano il clima globale, la qualità dell’aria e la stabilità degli ecosistemi. Il carbonio rilasciato finisce nell’atmosfera che tutti condividiamo. Le modifiche alla tundra incidono sull’albedo, la capacità del suolo di riflettere la luce solare, con effetti a catena sul riscaldamento del pianeta.
L’Artico funziona come un amplificatore. Quando qui qualcosa cambia, il segnale arriva ovunque, anche alle latitudini dove viviamo e giochiamo ogni giorno.
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