Trent’anni di modelli climatici potrebbero essere stati costruiti su una base sbagliata.
Non è un’esagerazione. Uno studio appena pubblicato su Nature rivela che il livello del mare è stato sistematicamente sottostimato in media di 30 centimetri. In alcune zone del mondo, l’errore supera addirittura il metro.
Il risultato? Le proiezioni che usavamo per pianificare la difesa delle coste, per costruire argini, per decidere dove abitare, dove coltivare, dove investire, erano basate su dati incompleti. E le conseguenze potrebbero essere molto più gravi di quanto ci aspettassimo.
A firmare la ricerca sono Katharina Seeger e Philip Minderhoud, dell’Università di Wageningen nei Paesi Bassi, entrambi affiliati anche all’Università di Padova. Un dettaglio che rende questa storia anche un po’ italiana.
Un errore sistematico lungo sedici anni

Lo studio ha analizzato 385 articoli scientifici pubblicati tra il 2009 e il 2025. Non una piccola selezione, ma quasi tutto ciò che la comunità scientifica ha prodotto sull’argomento in un arco di tempo significativo.
Il dato che emerge è netto: oltre il 90% di questi studi ha utilizzato livelli del mare calcolati tramite stime generiche, non attraverso misurazioni locali dirette.
In pratica, la maggior parte della letteratura scientifica sul tema non ha mai misurato davvero il mare sotto i propri piedi. Ha usato valori estrapolati da modelli globali.
E quei modelli, come si è scoperto, avevano un punto cieco.
Cosa mancava nei calcoli
I modelli tradizionali considerano due variabili principali: la gravità e la rotazione terrestre. Sono strumenti solidi, ma incompleti.
Quello che veniva ignorato erano i fattori locali: maree, correnti marine e venti. Elementi che variano enormemente da una costa all’altra e che possono fare la differenza tra una stima accurata e una sbagliata di un metro.
Il risultato è una sottostima diffusa, non uniforme. In alcune aree il margine di errore è contenuto. In altre, soprattutto nell’emisfero meridionale, l’errore è così ampio da rendere praticamente inutilizzabili le vecchie proiezioni.
Le zone più esposte

Le discrepanze maggiori sono state rilevate lungo le coste dell’Asia Sud-orientale, dove vivono alcune delle popolazioni più vulnerabili al rischio climatico del pianeta. Ma il problema riguarda anche:
- America Latina
- Nord America occidentale
- Caraibi
- Africa
- Medio Oriente
Tutte aree con sistemi di adattamento già sotto pressione, spesso con risorse limitate per aggiornare infrastrutture o rilocare comunità intere.
Il 37% di territorio in più a rischio
Questa è la cifra che cambia tutto.
Se si corregge la sottostima e si ricalcolano le proiezioni future sull’innalzamento del livello del mare, la superficie terrestre esposta al rischio di inondazione aumenta del 37% rispetto a quanto si credeva.
Non stiamo parlando di scenari fantascientifici. Stiamo parlando di:
- città portuali
- delta fluviali densamente abitati
- aree agricole produttive
- infrastrutture strategiche costruite a pochi metri dal mare
Tutto questo era considerato relativamente sicuro. Adesso sappiamo che non lo è.
Perché è importante rivedere i metodi di calcolo
La richiesta degli autori dello studio è precisa: rivedere i metodi utilizzati per stimare l’impatto dell’innalzamento del mare.
Non si tratta di riscrivere la scienza del clima da zero. Si tratta di aggiornare gli strumenti di misura e integrarli con dati locali reali, non con approssimazioni globali.
Questo ha implicazioni dirette su:
Pianificazione urbana
Le città costiere costruite negli ultimi decenni potrebbero trovarsi in zone molto più vulnerabili di quanto indicato dai piani regolatori. Alcune decisioni urbanistiche andrebbero riconsiderate alla luce dei nuovi dati.
Politiche di adattamento climatico
I piani nazionali e internazionali per la gestione del rischio costiero si basano su soglie di rischio. Se quelle soglie erano calcolate con dati errati, i piani di adattamento potrebbero essere inadeguati.
Fondi e investimenti per la resilienza
Le risorse destinate a proteggere le coste vengono allocate in base alle priorità. Priorità costruite su dati sbagliati portano a investimenti sbagliati, con conseguenze reali per le popolazioni più vulnerabili.
Un problema di fiducia nella scienza
C’è un aspetto di questa storia che va oltre i dati tecnici.
Se il 90% della letteratura scientifica su un tema cruciale come il livello del mare si è basata su stime anziché su misurazioni, emerge una domanda legittima: quanto sono affidabili le altre proiezioni climatiche?
La risposta non è “non affidabili”. La scienza del clima è solida, costruita su decenni di ricerca e verifiche incrociate.
Ma episodi come questo dimostrano che anche i migliori modelli hanno punti ciechi, e che la qualità dei dati di base fa una differenza enorme sull’accuratezza delle previsioni finali.
Cosa succede adesso

Lo studio di Seeger e Minderhoud non è un allarme fine a se stesso. È una chiamata all’azione metodologica.
Il passo successivo è costruire una rete più capillare di misurazioni locali dirette, integrando dati mareografici, satellitari e oceanografici con una granularità che i modelli globali non possono garantire.
Non è un lavoro semplice, né economico. Richiede cooperazione internazionale, finanziamenti dedicati e una revisione profonda delle pratiche scientifiche standard nel settore.
Ma senza questa correzione, ogni nuovo piano di adattamento costiero rischierà di essere costruito ancora una volta su fondamenta fragili.
Le coste come specchio del clima che cambia
Le aree costiere ospitano circa il 40% della popolazione mondiale. Sono centri economici, culturali, storici. Sono anche le prime linee del cambiamento climatico.
Ogni centimetro di differenza nelle stime del livello del mare si traduce in decisioni concrete: dove costruire, dove non costruire, chi proteggere e chi no.
Trent’anni di errore sistematico non si correggono in un giorno. Ma riconoscerlo è il primo passo indispensabile per costruire un sistema di previsione all’altezza delle sfide che abbiamo davanti.
FAQ
Perché il livello del mare è stato sottostimato per così tanto tempo? I modelli utilizzati consideravano solo gravità e rotazione terrestre, escludendo fattori locali come maree, correnti e venti. Questa semplificazione ha prodotto errori sistematici nelle stime globali.
Di quanto è stata sottostimata l’altezza del mare? In media di 30 centimetri. In alcune aree dell’emisfero meridionale, la discrepanza supera il metro.
Quali zone del mondo sono più a rischio? Le coste dell’Asia Sud-orientale presentano le maggiori discrepanze, seguite da America Latina, Nord America occidentale, Caraibi, Africa e Medio Oriente.
Cosa significa che il 37% di territorio in più è a rischio? Se si correggono le stime, la superficie terrestre esposta a potenziali inondazioni future è significativamente più estesa rispetto a quanto calcolato in precedenza, includendo aree finora considerate sicure.
Come si può migliorare l’accuratezza delle previsioni? Integrando misurazioni locali dirette nei modelli globali, tenendo conto di maree, correnti e venti specifici per ogni area geografica.
Lo studio mette in discussione tutta la scienza del clima? No. Individua un limite metodologico specifico nelle stime del livello del mare e chiede di aggiornare i metodi di calcolo, senza invalidare le basi della ricerca climatica.
Tu abiti vicino al mare o conosci zone costiere che già oggi mostrano segnali di cambiamento? Scrivilo nei commenti. E se vuoi restare aggiornato su clima, scienza e impatto ambientale, seguici su Instagram: ogni giorno i contenuti che contano, senza filtri.