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Perché quasi l’80% dei fiumi del pianeta smette di scorrere almeno un giorno all’anno?

I fiumi sono più dinamici di quanto pensiamo

Redazione 3 minuti fa Commenta! 5
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L’idea del fiume che scorre senza interruzioni dalla sorgente alla foce è rassicurante, ma lontana dalla realtà. I dati più recenti mostrano un pianeta attraversato da corsi d’acqua molto più dinamici di quanto si pensasse, capaci di fermarsi, ripartire e cambiare forma nel tempo.

Contenuti di questo articolo
Fiumi come sistemi dinamici, non linee fisseNon solo regioni aride: il caso delle zone umideUna rete fluviale molto più grande del previstoIl ruolo dei piccoli corsi d’acquaUn esempio dallo spazioImpatti su acqua, biodiversità ed ecosistemiUn cambio di prospettiva necessario

Una ricerca pubblicata su Nature Water e condotta dall’Università di Padova rivela che quasi l’80% dei corsi d’acqua presenti sulla Terra smette di fluire almeno un giorno all’anno. Non si tratta di un’eccezione legata a zone aride o a periodi estremi, ma di una caratteristica strutturale dei sistemi fluviali.

Fiumi come sistemi dinamici, non linee fisse

I fiumi non sono tubi sempre pieni. Sono sistemi vivi che reagiscono a pioggia, neve, temperature e condizioni idrologiche locali. Si espandono nei periodi umidi, si contraggono durante le fasi secche. Questo comportamento genera un’alternanza naturale tra tratti con acqua in movimento e tratti asciutti.

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La ricerca sottolinea che i corsi d’acqua non perenni, cioè quelli che si asciugano periodicamente, rappresentano la forma più comune di fiume sul pianeta. Anche una breve interruzione del flusso, di uno o pochi giorni, rientra in questa dinamica.

Non solo regioni aride: il caso delle zone umide

Fiumi

Uno dei risultati più sorprendenti riguarda le aree considerate climaticamente umide. Anche qui il fenomeno è diffuso. Nel Veneto, ad esempio, oltre la metà del reticolo idrografico è costituita da tratti non perenni.

Questo dato smonta l’idea che i fiumi che si asciugano siano una rarità confinata a climi estremi. La discontinuità del flusso è invece una regola che vale su scala globale.

Una rete fluviale molto più grande del previsto

Lo studio porta anche a rivedere le stime sulla lunghezza complessiva dei corsi d’acqua terrestri. Considerando l’intera trama del reticolo fluviale, la rete globale raggiunge valori compresi tra 1,2 e 1,5 miliardi di chilometri.

Di questa enorme estensione, circa tre quarti, oltre un miliardo di chilometri, è formata da corsi d’acqua che si asciugano periodicamente. Una quota enorme, spesso ignorata nelle mappe e nelle politiche di gestione.

Il ruolo dei piccoli corsi d’acqua

Secondo Gianluca Botter dell’Università di Padova, la diffusione dei fiumi non perenni è legata alla struttura stessa delle reti fluviali. Queste sono dominate da una miriade di piccoli corsi d’acqua, estremamente numerosi e sensibili alle variazioni locali.

Questi tratti minori si attivano e si disattivano in risposta alle precipitazioni e alle condizioni del suolo. Anche se piccoli, influenzano il funzionamento complessivo del sistema fluviale, lasciando tracce evidenti persino nei grandi bacini idrografici.

Un esempio dallo spazio

Osservazioni satellitari, come quelle del delta del Lena, mostrano quanto i sistemi fluviali siano articolati e mutevoli. Visti dall’alto, i fiumi appaiono come reti ramificate, con porzioni che cambiano aspetto e attività nel tempo.

Questa variabilità non è un’anomalia, ma una componente essenziale del loro funzionamento naturale.

Impatti su acqua, biodiversità ed ecosistemi

L’alternanza tra flusso e asciutta ha conseguenze dirette sulla qualità dell’acqua, sui cicli biogeochimici e sulla biodiversità. Specie animali e vegetali si sono adattate a queste condizioni, sfruttando fasi diverse del ciclo fluviale.

Anche i servizi ecosistemici, come la depurazione naturale dell’acqua o il supporto all’agricoltura, dipendono da questa dinamica. Ignorarla porta a sottovalutare il ruolo dei piccoli corsi d’acqua e dei tratti temporaneamente asciutti.

Un cambio di prospettiva necessario

I risultati dello studio mettono in discussione una visione ancora molto diffusa: quella di un dominio fluviale stabile e immutabile. Al contrario, la discontinuità emerge come una caratteristica intrinseca e inevitabile dei fiumi.

Riconoscere questa realtà è fondamentale per aggiornare le politiche di protezione delle risorse idriche. In un contesto di cambiamento climatico e pressione crescente sull’acqua dolce, considerare anche i fiumi non perenni diventa una scelta strategica, non un dettaglio tecnico.

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