Quanto vivremo dipende molto più dai nostri geni di quanto si pensasse finora. Non è una provocazione, ma il risultato di uno studio che sta facendo discutere la comunità scientifica: la durata della vita umana sarebbe ereditaria per almeno il 50%, una quota più che doppia rispetto alle stime considerate attendibili fino a oggi.
Il dato emerge da una nuova analisi su coppie di gemelli, pubblicata sulla rivista Science, che cambia radicalmente il modo di interpretare il rapporto tra genetica, invecchiamento e longevità.
Un salto netto rispetto alle stime precedenti
Per decenni, la ricerca aveva collocato l’influenza genetica sulla durata della vita su valori molto più bassi. Gli studi classici sui gemelli si fermavano intorno al 25%, mentre le analisi genealogiche arrivavano a malapena al 6%.
Il nuovo lavoro, coordinato dal gruppo di Ben Shenhar del Weizmann Institute of Science, ribalta questo quadro. Una differenza non marginale, ma strutturale, che costringe a riconsiderare il peso reale della genetica nel determinare quanto a lungo viviamo.
Cosa rende questo studio diverso

La chiave sta nel metodo. I ricercatori hanno analizzato grandi set di dati relativi a coppie di gemelli, ma con un approccio nuovo: sono stati esclusi i fattori esterni alla genetica, come incidenti, infezioni e altre cause di morte non legate ai processi biologici dell’invecchiamento.
In questo modo è stato possibile isolare le cosiddette cause intrinseche di morte, quelle direttamente collegate al declino fisiologico dell’organismo. È proprio questa distinzione a far emergere un ruolo genetico molto più marcato.
Il numero che cambia tutto: oltre il 50%
Utilizzando modelli matematici avanzati e simulazioni, il team ha separato in modo sistematico le componenti genetiche da quelle ambientali. Il risultato è netto: la durata della vita umana risulta ereditaria per circa 55%.
Questo valore allinea finalmente l’essere umano ad altri tratti fisiologici complessi, come altezza o metabolismo, e anche a quanto già osservato in molte altre specie animali.
Un risultato coerente con ciò che accade negli animali
Negli studi sugli animali, soprattutto sui topi, il legame tra genetica e durata della vita è noto da tempo. Alcune linee genetiche mostrano una longevità superiore, indipendentemente da condizioni ambientali simili.
La novità è che ora un quadro analogo emerge anche per l’uomo, con una stima quantitativa molto più solida rispetto al passato.
Le implicazioni per la ricerca sull’invecchiamento
Nel commento pubblicato nello stesso numero di Science, Daniela Bakula e Morten Scheibye-Knudsen sottolineano come un’ereditarietà così elevata abbia conseguenze dirette sulla ricerca sull’invecchiamento.
Se la genetica pesa così tanto, diventa ancora più sensato investire in studi su larga scala per individuare varianti genetiche associate alla longevità, migliorare i punteggi di rischio poligenico e collegare specifiche differenze genetiche ai meccanismi biologici che regolano l’invecchiamento.
Non solo geni “della longevità”

Negli ultimi decenni sono stati identificati alcuni geni associati a una vita più lunga, ma nessuno di questi spiegava da solo una quota rilevante della variabilità osservata. Il nuovo studio suggerisce che non esista un singolo gene della longevità, ma una rete complessa di varianti genetiche che agiscono insieme.
Questo spiega perché finora fosse così difficile ottenere stime affidabili dell’influenza genetica: il segnale era distribuito, non concentrato.
Ambiente e stile di vita restano importanti
Un punto va chiarito: dire che la durata della vita è ereditaria per il 50% non significa che il resto non conti. Ambiente, stile di vita, alimentazione, esposizione a rischi e qualità delle cure sanitarie continuano ad avere un ruolo enorme.
Il messaggio dello studio non è deterministico. È strutturale. I geni forniscono una base molto più solida di quanto si pensasse, sulla quale poi agiscono fattori esterni, positivi o negativi.
Un cambio di prospettiva sull’invecchiamento umano
Questo lavoro sposta l’attenzione da una visione in cui l’invecchiamento era visto quasi come un processo casuale e ambientale a una in cui la biologia individuale ha un peso centrale.
Comprendere come le differenze genetiche influenzano la durata della vita significa anche capire perché alcune persone invecchiano meglio di altre, a parità di condizioni esterne.
Cosa cambia da ora in poi
Con stime così alte, la ricerca sulla longevità entra in una fase nuova. Studiare i geni dell’invecchiamento non è più un esercizio teorico, ma una strada necessaria per comprendere uno dei tratti fondamentali dell’esistenza umana.
La durata della vita non è scritta in modo rigido, ma ora sappiamo che il testo di partenza è molto più genetico di quanto si credesse.
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