Se Donald Trump ricevesse il Nobel per la Pace solo in base a quanto forte urla di volerlo tra un post incendiario e l’altro, allora tanto vale istituire la categoria “Fraintesi dalla Storia” e dare un premio postumo pure ad Adolf Hitler: in fondo, anche lui era convinto che un po’ di caos fosse solo il preludio a una “pace duratura”, dimostrando che tra il Tycoon e un piromane con un ottimo ufficio stampa l’unica differenza è la qualità della lacca per capelli. Ma noi non vogliamo certo che il Rosso Malpelo targato USA si rattristi, quindi abbiamo stilato ben 5 premi di consolazione.

Premio Pulitzer per la “Narrativa Creativa”
Donald Trump non scrive semplicemente dei post; lui plasma il tessuto stesso del tempo e dello spazio attraverso l’uso sapiente del tasto Caps Lock. Se i grandi romanzieri del passato hanno dovuto faticare tra bozze e revisioni per costruire mondi immaginari, al Tycoon basta una sessione notturna di digitazione compulsiva alle tre del mattino per riscrivere la storia dell’umanità.
È un talento raro, che lo pone di diritto nell’Olimpo della letteratura fantastica: mentre noi poveri mortali ci svegliamo in un mondo regolato dalla forza di gravità e dalla matematica, i suoi follower si risvegliano in un universo parallelo dove le leggi della fisica sono state abrogate per decreto presidenziale e i fatti sono solo “opinioni che non ce l’hanno fatta”.
Il vero colpo di genio, che renderebbe un Pulitzer quasi un premio di consolazione, risiede nella sua capacità di trasformare una batosta elettorale o un disastro diplomatico in una vittoria talmente epica che i libri di storia iniziano a sudare freddo. Per Trump, la realtà non è un dato oggettivo, ma un suggerimento molto vago che può essere corretto con una dose massiccia di punti esclamativi.

Quando il resto del mondo vede un tribunale che emette una sentenza, lui vede un palcoscenico per il suo monologo finale; quando i dati dicono “zero”, lui digita “miliardi” con tale convinzione che persino le calcolatrici iniziano a dubitare della propria programmazione. Nessun autore di bestseller ha mai avuto il potere di trascinare milioni di persone dentro la propria finzione narrativa con tale naturalezza. Trump è il primo scrittore al mondo che non ha bisogno di editor, perché la sua trama non deve essere coerente, deve solo essere urlata.
La logica viene trattata come quel parente povero e un po’ noioso che non viene mai invitato alle feste: un fastidioso rumore di fondo che svanisce non appena il Capo inizia a raccontare di come ha sconfitto l’inflazione, il riscaldamento globale e la calvizie con un solo sguardo fisso verso la telecamera. È la vittoria definitiva dell’immaginazione sulla materia, un’opera omnia scritta a colpi di pollici su uno schermo retroilluminato mentre il mondo, incredulo, cerca ancora di capire dove sia finito il senso del ridicolo.
L’Oscar agli effetti speciali: lo sharpie è il nuovo photoshop
Mentre Hollywood spende centinaia di milioni di dollari in software di rendering e supercomputer per simulare un’esplosione, Donald Trump ha dimostrato che per piegare il destino della natura basta un pennarello nero da un dollaro e novanta.
Perché farsi condizionare dalle noiose previsioni dei meteorologi della NOAA quando puoi semplicemente raddrizzare la traiettoria di un uragano con un tratto di mano decisa? È il trionfo dell’analogico sul digitale: lo Sharpie di Trump non è un semplice strumento di scrittura, è una bacchetta magica che trasforma i coni d’incertezza climatica in cerchi di assoluta certezza politica, obbligando l’atmosfera terrestre a scusarsi per aver osato contraddire il Comandante in Capo.
Il vero capolavoro visivo, degno della miglior scenografia di Inception, resta però la gestione delle masse durante le sue inaugurazioni. Trump possiede la capacità sovrumana di osservare una piazza semi-vuota e vederci una densità di popolazione superiore a quella di un vagone della metro di Tokyo nell’ora di punta. È una forma di “realtà aumentata” biologica: dove i droni e le telecamere vedono spazi bianchi e prati desolati, lui vede una distesa umana che si perde oltre l’orizzonte, probabilmente sconfinando in Canada. È l’unico regista al mondo capace di riempire il National Mall usando esclusivamente la forza del desiderio e una totale, eroica noncuranza per le prove fotografiche.

L’effetto speciale più sbalorditivo, quello che tiene i fisici di tutto il mondo svegli la notte, rimane la sua architettura capillare. Siamo di fronte a una struttura ingegneristica che non dovrebbe esistere in natura: una massa aerodinamica tenuta insieme da una lacca così potente da essere probabilmente classificata come arma chimica dalla Convenzione di Ginevra.
Mentre gli uragani di categoria 5 sradicano querce secolari e sollevano automobili, il biondo ramato vessillo presidenziale rimane immobile, cementato in una geometria che ignora la gravità, il vento e il buon senso. È la prova definitiva che, nel mondo di Trump, se l’estetica decide di restare al suo posto, la realtà circostante non ha altra scelta che adeguarsi.
Golden Globe per il miglior reality: ka Terra è la mia Boardroom
Dimenticate i vertici internazionali noiosi, i protocolli diplomatici e i lunghi comunicati stampa scritti in quel linguaggio felpato che fa addormentare pure i sassi. Donald Trump ha capito che la geopolitica non è una questione di trattati, ma di share. Da quando è tornato al comando nel 2025, il pianeta ha smesso di essere una sfera di roccia e acqua per diventare ufficialmente il set di The Apprentice: Global Edition. I confini nazionali sono stati sostituiti da prove settimanali di sopravvivenza, dove il PIL è solo un numero che serve a decidere chi finirà nella “boardroom” ovale a giustificare la propria esistenza prima della pubblicità..
Vedere i capi di Stato stranieri approcciarsi a lui è come guardare dei concorrenti alle prime armi che cercano disperatamente di non farsi notare dal boss per evitare l’eliminazione. Il cancelliere di turno o il primo ministro della settimana entrano alla Casa Bianca con lo stesso sguardo terrorizzato di chi ha paura di aver dimenticato di ordinare il catering per l’evento aziendale.
Sanno perfettamente che non importa quanto sia solida la loro alleanza storica o quanto sia importante il trattato sul commercio: basta un tweet (o un post su Truth) scritto nel momento sbagliato per trasformare una “relazione speciale” in un licenziamento in tronco trasmesso in mondovisione. Nessun summit del G7 può competere con l’adrenalina di scoprire chi sarà il prossimo leader mondiale a essere definito “totalmente incapace” solo perché ha osato scegliere un gusto di gelato diverso da quello presidenziale.

L’intera umanità vive ormai in uno stato di perenne “binge-watching” coatto, incollata agli schermi non per passione, ma per puro istinto di conservazione. La politica estera non è più una sequenza di strategie a lungo termine, ma un susseguirsi di colpi di scena degni della peggiore (o migliore) soap opera argentina.
Il pianeta intero trattiene il respiro ogni volta che il Tycoon prende in mano lo smartphone, sapendo che un “Sei licenziato!” rivolto a un alleato chiave potrebbe significare lo spostamento immediato di intere portaerei o l’annessione della Groenlandia tra un caffè e l’altro. È la performance definitiva, un capolavoro di suspense dove il finale di stagione non è mai garantito e dove l’unico premio per il pubblico è arrivare a domani senza che il set venga smantellato per “tagli al budget” interplanetari.
Premio Strega per l’alchimia giudiziaria: come trasformare le manette in braccialetti d’oro
Mentre ogni altro essere umano sulla faccia della terra considera la notifica di un processo come un ottimo motivo per cambiare identità e fuggire in un monastero tibetano, Donald Trump ha deciso che i tribunali sono in realtà delle spa di lusso per il proprio consenso elettorale. È riuscito nell’incantesimo supremo, una sorta di transustanziazione legale dove gli atti d’accusa non sono più prove di presunti reati, ma sacre scritture che testimoniano il suo martirio.
Per il Tycoon, una condanna per frode finanziaria ha lo stesso effetto di una spruzzata di fertilizzante su un prato: più lo sommergi di fango giudiziario, più lui cresce rigoglioso, trasformando ogni singola udienza in un comizio elettorale gratuito con copertura mediatica globale. È l’unico uomo al mondo capace di entrare in un’aula come imputato e uscirne come un misto tra Nelson Mandela e il Re Mida, con i sondaggi che schizzano verso l’alto a ogni nuovo capo d’accusa.
In confronto alla sua capacità di manipolare la percezione pubblica, i grandi oratori del passato come Cicerone o Churchill sembrano dei dilettanti che leggono le favole della buonanotte ai bambini. Trump ha instaurato un regime di “anarchia semantica” dove le parole non significano più quello che dice il vocabolario, ma quello che decide lui in quel preciso istante.

Se dice che un debito è in realtà un investimento patriottico, il dizionario Treccani si cancella da solo per la vergogna. La sua parola non è un mezzo di comunicazione, è un dogma infallibile che riscrive la realtà in tempo reale: se viene colto con le mani nel sacco, quel sacco diventa improvvisamente un regalo per il popolo americano e le sue mani diventano le più pulite della storia della dermatologia.
Nessun manuale di comunicazione politica era preparato all’avvento di un uomo capace di trasformare uno scandalo finanziario che affonderebbe un’intera dinastia bancaria in un distintivo d’onore da esibire con orgoglio ai propri sostenitori. È il Re Mida dei processi: tocca una citazione in giudizio e la trasforma in una raccolta fondi da record.
La sua narrazione è talmente potente da aver creato un campo di distorsione della realtà in cui i testimoni dell’accusa diventano automaticamente comparse di un complotto intergalattico e i giudici sono solo arbitri venduti che hanno scommesso contro la squadra di casa. È la vittoria definitiva del carisma sulle prove documentali, un incantesimo talmente efficace che ormai la metà degli americani è convinta che il codice penale sia solo una lista di suggerimenti facoltativi scritta da qualcuno che chiaramente non ha mai vinto un torneo di golf a Mar-a-Lago.
Il Grammy per la miglior opera lirica sperimentale: il soliloquio infinito
Se esistesse una categoria per la “Miglior Performance Vocale in un Flusso di Coscienza Senza Punteggiatura”, Donald Trump avrebbe già esaurito lo spazio sulla mensola del camino. I suoi comizi non sono semplici discorsi politici; sono eventi sismici del linguaggio, sessioni di improvvisazione jazz dove la sintassi viene presa a schiaffi e lasciata tremante in un angolo.
Trump merita il Grammy per aver elevato il monologo interiore a sport estremo, trasformando ogni frase in un’avventura labirintica dove il soggetto parte per comprare il latte, il verbo si ferma a discutere di dazi doganali e il complemento oggetto finisce misteriosamente a parlare della bellezza delle pale eoliche che uccidono gli uccelli. È una sfida alla resistenza umana: migliaia di persone restano ipnotizzate per ore mentre lui naviga tra aneddoti su squali, lavastoviglie che non lavano e la gloria eterna di se stesso, il tutto senza mai prendere un respiro o mostrare un briciolo di stanchezza.
Il punto più alto della sua produzione artistica resta l’interpretazione magistrale della parola “Yuge”. Nelle mani di un comune mortale, è solo un aggettivo pronunciato male; nelle corde vocali del Tycoon, diventa una sinfonia in tre sillabe, un accordo di sesta aumentata che vibra nell’aria come un gong tibetano placcato d’oro. È una parola che non descrive solo una dimensione, ma uno stato dell’anima.

Quando Donald Trump pronuncia “Yuge”, le pareti tremano, i mercati finanziari sussultano e il pubblico entra in una trance estatica. È il suo “do di petto”, il momento culminante di ogni esibizione in cui la lingua inglese si arrende ufficialmente e accetta di essere dominata da una pronuncia che sfida ogni manuale di fonetica conosciuto.
La vera prodezza tecnica che gli garantisce il premio è però la sua capacità di eseguire un parkour emotivo senza precedenti. In un unico, ininterrotto paragrafo parlato, Trump è capace di passare dal vittimismo eroico del “perseguitato più grande della storia, persino più di Giovanna d’Arco” all’ira funesta di un semidio che promette vendetta contro i rubinetti che non hanno abbastanza pressione.
Il tutto avviene con un ritmo impeccabile, una cadenza che ricorda un prete televisivo sotto anfetamine, mantenendo una stabilità strutturale che farebbe invidia a una piramide egizia. E mentre il mondo gira vorticosamente in questo frullatore di emozioni contrastanti, c’è un unico elemento che rimane immobile, saldo e sprezzante del pericolo: il ciuffo. Quell’onda bionda ramata aerodinamica non perde un millimetro di quota, fungendo da bussola dorata in un oceano di parole che hanno ormai perso ogni contatto con la terraferma.