Per anni l’idea dominante era semplice e apparentemente logica: oltre una certa massa, il salto diventa impossibile. Eppure la natura ama smentire le nostre semplificazioni. Nuove analisi sulle ossa fossili mostrano che i canguri giganti del Pleistocene, nonostante pesi fino a 250 chili, erano davvero in grado di saltare.
Non come i canguri moderni. Non con la stessa eleganza. Ma saltavano.
Un pregiudizio biomeccanico durato decenni
Secondo i modelli classici, superata la soglia dei 150 chili un animale saltatore non avrebbe potuto sostenere le forze generate dall’atterraggio. Il riferimento implicito era sempre il canguro rosso moderno, il più grande marsupiale saltatore vivente, che raramente supera i 90 chili.
Il problema? Quelle stime partivano dal presupposto che i canguri giganti fossero semplicemente canguri moderni ingranditi.
Un’ipotesi elegante. E sbagliata.
Lo studio che ribalta la prospettiva
La nuova ricerca, guidata da Megan Jones, è stata pubblicata su Scientific Reports. Il team ha analizzato in dettaglio le ossa del piede e degli arti posteriori di 94 esemplari moderni e 40 fossili, appartenenti a 63 specie di canguri e wallaby, inclusi i giganti estinti del genere Protemnodon.
Il confronto diretto ha fatto emergere differenze strutturali profonde, non semplici variazioni di scala.
Ossa diverse per corpi estremi
I canguri giganti non erano progettati come quelli odierni. Le loro ossa del piede erano più corte e molto più spesse, una caratteristica chiave per assorbire le enormi forze d’impatto generate durante l’atterraggio.
Anche il tallone racconta una storia interessante. Era più largo, capace di ospitare tendini della caviglia molto più spessi rispetto a quelli dei canguri moderni. Questa architettura ossea permetteva di gestire masse enormi senza collassare sotto stress meccanico.
In altre parole, il loro corpo non sfidava la fisica. La rispettava, con soluzioni ingegneristiche diverse.
Saltavano, ma non come li immaginiamo
Qui arriva il dettaglio che ridimensiona l’immagine epica del “canguro colossale in volo”. Tendini più spessi significano maggiore sicurezza strutturale, ma anche minore capacità di immagazzinare energia elastica.
Come ha spiegato Katrina Jones, questo rendeva il movimento meno efficiente. I canguri giganti non rimbalzavano sul terreno come i canguri rossi moderni, famosi per la loro economia energetica nei lunghi spostamenti.
Il loro saltellamento era probabilmente più lento, più pesante, pensato per brevi distanze piuttosto che per lunghi viaggi.
Un repertorio di movimenti più ampio
Ed è qui che la storia diventa ancora più interessante. Le evidenze suggeriscono che il salto non fosse l’unica strategia di locomozione. Alcuni canguri giganti potrebbero aver alternato il saltellamento con altre modalità:
– camminata eretta su due zampe
– movimento quadrupede
– spostamenti lenti ma stabili
Questo indica una versatilità locomotoria sorprendente, lontana dall’idea del canguro come animale specializzato in un solo tipo di movimento.
Il contesto del Pleistocene

Questi giganti vivevano nel Pleistocene, tra 2,6 milioni e 11.700 anni fa, un periodo in cui l’Australia ospitava una megafauna impressionante. In quell’ambiente, avere più opzioni di movimento poteva fare la differenza tra sopravvivere e scomparire.
Il fatto che questi animali siano poi estinti non invalida la loro ingegnosità evolutiva. Al contrario, mostra quanto fossero adattati a un mondo che oggi non esiste più.
Una lezione per la paleontologia moderna
Questo studio è un promemoria potente. Quando si analizzano organismi estinti, applicare direttamente i modelli degli animali moderni può portare a conclusioni fuorvianti. L’evoluzione non scala semplicemente le stesse soluzioni. Le reinventa.
I canguri giganti non erano versioni sovradimensionate di quelli attuali. Erano animali diversi, con corpi progettati per regole diverse.
E sì, anche con 250 chili di peso, sapevano saltare.
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