L’analisi di recenti ricerche epidemiologiche condotte in Francia ha evidenziato potenziali correlazioni tra il consumo abituale di specifici additivi alimentari e l’insorgenza di patologie croniche, quali cancro e diabete di tipo 2 . Sebbene i dati suggeriscano un incremento del rischio, la comunità scientifica invita a una lettura prudente, sottolineando la natura osservazionale delle evidenze raccolte.

Correlazione tra conservanti alimentari e cancro e diabete di tipo 2
Il primo studio ha analizzato il legame tra l’esposizione a conservanti ampiamente diffusi nel mercato europeo e l’incidenza di tumori, con particolare riferimento alle neoplasie del seno e della prostata. L’attenzione dei ricercatori si è focalizzata su nitriti e nitrati, composti chimici impiegati sistematicamente nei processi di stagionatura e conservazione di carni lavorate come prosciutti, pancetta e insaccati.
I risultati indicano che l’assunzione di tali sostanze è associata a un innalzamento delle probabilità di ammalarsi, con il nitrito di sodio che mostra la correlazione più marcata rispetto al cancro alla prostata, con un incremento del rischio stimato intorno a un terzo.
Nonostante l’associazione statistica sia significativa, gli esperti sottolineano che l’entità del rischio rimane moderata se confrontata con altri fattori ambientali e comportamentali. A titolo esemplificativo, la correlazione tra il tabagismo e il carcinoma polmonare presenta un ordine di grandezza superiore, aumentando il rischio di oltre quindici volte.
L’epidemiologa Mathilde Touvier, supervisore della ricerca, ha chiarito che il consumo di prodotti contenenti conservanti non determina un’insorgenza immediata della patologia, pur suggerendo una riduzione dell’esposizione complessiva attraverso la scelta di alimenti meno trasformati e industriali.

La seconda ricerca ha esteso l’indagine al metabolismo glucidico, riscontrando un’associazione tra l’ingestione di determinati additivi e lo sviluppo del diabete di tipo 2. In questo ambito, il sorbato di potassio, un agente antimicrobico utilizzato per inibire la proliferazione di muffe e batteri in un’ampia gamma di prodotti alimentari e bevande, è emerso come un fattore critico, essendo stato associato a un rischio di sviluppo della malattia quasi raddoppiato rispetto ai gruppi di controllo con bassi livelli di assunzione.
Entrambi i lavori scientifici traggono i propri dati da un progetto di ricerca su vasta scala che coinvolge oltre 100.000 cittadini francesi, i quali monitorano e riportano sistematicamente il proprio regime alimentare attraverso questionari dettagliati.
Sebbene la metodologia sia stata valutata positivamente per la sua robustezza, i ricercatori non coinvolti nello studio evidenziano un limite intrinseco: gli studi osservazionali possono dimostrare un’associazione statistica, ma non sono sufficienti per stabilire un rapporto di causalità diretta. Fattori di confondimento legati allo stile di vita o ad altre abitudini alimentari potrebbero influenzare i risultati, rendendo necessari ulteriori approfondimenti clinici e sperimentali prima di poter formulare nuove raccomandazioni definitive per i consumatori.
Fattori di confondimento e analisi delle variabili
L’analisi critica dei dati epidemiologici richiede una valutazione rigorosa delle variabili interferenti che possono alterare la percezione del nesso di causalità. Tom Sanders, specialista in nutrizione presso il King’s College di Londra, ha sollevato riserve metodologiche riguardo alla capacità degli studi di isolare l’effetto dei singoli conservanti rispetto a stili di vita e abitudini alimentari complessivamente meno salubri.

Il rischio principale in questo genere di indagini risiede nell’incapacità di correggere integralmente il modello statistico per fattori di rischio già ampiamente documentati. La letteratura scientifica ha consolidato da tempo la correlazione tra l’incidenza di diverse forme tumorali e il consumo elevato di carni lavorate o bevande alcoliche. In tale scenario, l’aumento del rischio osservato potrebbe non derivare direttamente dall’azione biochimica di un additivo specifico, bensì dalla natura stessa dell’alimento o della bevanda che lo contiene.
Un esempio emblematico di tale complessità è rappresentato dal metabisolfito di sodio, una sostanza comunemente impiegata nell’industria vinicola per stabilizzare il prodotto e inibire la crescita dei lieviti. Sanders ipotizza che la correlazione rilevata con l’insorgenza di neoplasie potrebbe essere attribuibile all’esposizione prolungata all’etanolo contenuto nel vino, piuttosto che all’agente conservante in sé. Se i modelli statistici non riescono a distinguere nettamente l’effetto del solvente alcolico da quello dell’additivo, si corre il rischio di attribuire erroneamente la tossicità a un componente secondario della bevanda.

Nonostante la necessità di ulteriori evidenze per stabilire un rapporto causa-effetto inequivocabile, l’esperto suggerisce di considerare misure precauzionali per informare adeguatamente i consumatori. Una delle opzioni proposte riguarda l’integrazione di avvertenze specifiche sulla salute per i prodotti che contengono nitriti e nitrati.
L’implementazione di un sistema di etichettatura più esplicito consentirebbe agli acquirenti di riconoscere immediatamente la presenza di sostanze potenzialmente critiche, incentivando una scelta più consapevole e favorendo la riduzione del consumo di alimenti ultra-processati a favore di alternative fresche o meno elaborate.
Il nuovo quadro normativo britannico
L’adozione di nuove restrizioni pubblicitarie nel Regno Unito rappresenta un cambiamento paradigmatico nelle politiche di salute pubblica, inserendosi in un contesto temporale in cui la letteratura scientifica sta fornendo prove sempre più stringenti sulla pericolosità degli alimenti ultra-processati.
La recente decisione del governo del Regno Unito di imporre un divieto sulla pubblicità diurna per alimenti e bevande considerati non salutari — tecnicamente classificati come prodotti HFSS (High in Fat, Sugar, and Salt) — segna una delle tappe più restrittive a livello globale. Questa normativa impedisce la trasmissione di spot pubblicitari su televisione, radio e piattaforme digitali nelle fasce orarie che vanno dalle 5:30 alle 21:00. L’obiettivo primario di tale intervento è la protezione delle fasce di popolazione più giovani, storicamente più vulnerabili alle strategie di marketing che promuovono prodotti ad alto contenuto di grassi saturi, zuccheri aggiunti e sodio.

La pubblicazione degli studi francesi sui conservanti e il diabete, avvenuta a ridosso dell’entrata in vigore del divieto britannico, rafforza il presupposto scientifico che guida queste decisioni politiche. Sebbene il divieto del Regno Unito si concentri principalmente sui macronutrienti dannosi, la crescente evidenza sui potenziali rischi legati agli additivi chimici aggiunge un ulteriore livello di complessità al dibattito.
La coincidenza temporale tra la ricerca clinica e l’azione legislativa evidenzia una tendenza internazionale verso una regolamentazione più severa dell’industria alimentare, spostando l’attenzione dalla semplice gestione delle calorie alla valutazione della qualità intrinseca dei processi industriali di trasformazione.
Questa manovra legislativa non mira esclusivamente a ridurre l’obesità infantile, ma intende innescare una riformulazione strutturale dei prodotti da parte delle aziende alimentari. La perdita di visibilità mediatica durante le ore di punta funge da forte deterrente economico, spingendo le multinazionali a investire in ricerca e sviluppo per migliorare il profilo nutrizionale dei propri articoli, riducendo le componenti nocive per rientrare nei parametri consentiti dalla legge. Tale approccio mira a creare un ambiente in cui la scelta alimentare “di default” sia meno orientata verso prodotti eccessivamente lavorati.

Nonostante il favore di molti esperti di salute pubblica, il divieto ha sollevato interrogativi sulla sua reale efficacia in un ecosistema mediatico sempre più frammentato. Molti analisti sostengono che lo spostamento della pubblicità nelle fasce notturne o verso canali meno regolamentati possa parzialmente vanificare gli sforzi del governo.
Inoltre, rimane aperta la questione della “sovrapposizione dei rischi”: come evidenziato dai ricercatori del King’s College, la difficoltà nel distinguere tra il danno causato dai macronutrienti (sale e grassi) e quello derivante dai conservanti chimici (nitriti e sorbati) rende necessario un approccio normativo che sia olistico e non limitato esclusivamente al conteggio calorico.
Gli studi sono stati pubblicati su BMJ e Nature Communications.