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NotiziaCambiamenti climatici

Perché oggi i Campi Flegrei non sarebbero in grado di generare un’eruzione?

Lo studio spiega tempi e limiti del sistema flegreo

Redazione 25 secondi fa Commenta! 6
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Negli ultimi mesi il nome Campi Flegrei è tornato spesso al centro dell’attenzione. Sollevamento del suolo, sciami sismici, allerta costante. I nuovi dati scientifici però raccontano uno scenario diverso da quello che molti temono, con tempi lunghi e limiti fisici ben precisi.

Contenuti di questo articolo
Cosa dice lo studio pubblicato su Communications Earth and EnvironmentBradisismo: un fenomeno noto, ma non nuovoIl nodo dell’origine del sollevamentoMagma presente, ma con limiti strutturaliPerché il volume conta più della pressioneIl confronto con l’eruzione del 1538Informazione scientifica contro allarme

Secondo una ricerca congiunta dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e dell’Università di Ginevra, le condizioni attuali dei Campi Flegrei non risultano sufficienti a generare un’eruzione. Anche ipotizzando che il sollevamento del suolo continui con caratteristiche simili a quelle osservate oggi, servirebbero decine di anni prima che il sistema magmatico raggiunga dimensioni paragonabili a quelle che portarono all’evento del 1538.

Cosa dice lo studio pubblicato su Communications Earth and Environment

Campi flegrei

La ricerca è apparsa sulla rivista Communications Earth and Environment e si basa su modelli termici e petrologici. L’obiettivo è definire uno scenario di riferimento chiaro, utile per capire se e come il sistema flegreo possa evolvere verso un’eruzione.

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Il punto di partenza è un’assunzione prudente: il bradisismo in corso dal 2005, come quello registrato negli anni Cinquanta, nei primi Settanta e nel biennio 1982-1984, sarebbe alimentato da intrusioni successive di magma a circa 4 chilometri di profondità. Una scelta cautelativa, pensata per valutare l’ipotesi più gravosa dal punto di vista della pericolosità.

Bradisismo: un fenomeno noto, ma non nuovo

Il sollevamento del suolo nei Campi Flegrei non è una novità. La storia recente dell’area mostra cicli di salita e discesa del terreno che hanno già messo alla prova la popolazione locale. La differenza, oggi, sta nella capacità di osservare il fenomeno con strumenti più raffinati e di inserirlo in modelli fisici coerenti.

Stefano Carlino, ricercatore dell’INGV e coautore dello studio, spiega che questa impostazione consente di delineare un possibile percorso evolutivo del sistema. L’idea è semplice: partire dall’ipotesi più severa aiuta a fissare dei limiti superiori al rischio, senza sottovalutare nulla.

Il nodo dell’origine del sollevamento

Un passaggio chiave riguarda l’origine del bradisismo degli ultimi 75 anni. Lo studio assume che il sollevamento sia stato sostenuto dal magma profondo in risalita e, in parte, dai fluidi rilasciati da esso. È una condizione plausibile, ma difficile da verificare in modo diretto.

Qui entra in gioco la cautela scientifica. I ricercatori chiariscono che i risultati dipendono da questa assunzione. Non si tratta di una certezza assoluta, ma di un quadro di lavoro che permette di valutare cosa servirebbe, in termini di volumi ed energia, per arrivare a un’eruzione.

Magma presente, ma con limiti strutturali

Campi flegrei

Luca Caricchi dell’Università di Ginevra, altro autore dello studio, affronta uno dei punti più delicati. I calcoli indicano che magma potenzialmente eruttabile esiste a circa 4 chilometri di profondità. La pressione interna del serbatoio magmatico risulta anche sufficiente a fratturare la crosta che lo circonda.

Eppure questo non basta. L’eruzione viene frenata da una combinazione di fattori fisici. Il primo è il volume ridotto del serbatoio magmatico. Il secondo è il comportamento della crosta circostante, che tende a deformarsi in modo viscoso, assorbendo parte dell’energia che servirebbe al magma per risalire rapidamente.

Perché il volume conta più della pressione

Charline Lormand e Guy Simpson, anch’essi dell’Università di Ginevra, mettono l’accento proprio sul volume. Un serbatoio magmatico piccolo rappresenta un limite serio. In caso di fuoriuscita di magma, la pressione interna calerebbe in modo rapido, togliendo al sistema la spinta necessaria per alimentare un’eruzione fino alla superficie.

In altre parole, anche se il magma trova una via di risalita, il sistema rischia di “scaricarsi” prima di arrivare in alto. Questo meccanismo agisce come un freno naturale, almeno nelle condizioni osservate oggi.

Il confronto con l’eruzione del 1538

L’ultimo evento eruttivo dei Campi Flegrei risale al 1538, quando nacque il Monte Nuovo. All’epoca, secondo le ricostruzioni, il sistema aveva accumulato volumi di magma ben superiori a quelli stimati oggi. La ricerca suggerisce che, mantenendo ritmi simili a quelli attuali, servirebbero decenni per arrivare a una situazione confrontabile.

Questo non significa abbassare la guardia. Il monitoraggio resta continuo e il sistema flegreo rimane uno dei più sorvegliati al mondo. Il messaggio chiave è un altro: i dati disponibili non indicano una transizione rapida verso un’eruzione.

Informazione scientifica contro allarme

In un contesto mediatico spesso dominato da titoli allarmistici, studi come questo svolgono un ruolo centrale. Offrono parametri misurabili, tempi compatibili con i processi geologici e limiti chiari alle interpretazioni più estreme.

Per chi vive nell’area flegrea, sapere che esistono vincoli fisici alla risalita del magma aiuta a leggere il presente con maggiore lucidità. Per chi osserva da fuori, è un promemoria su quanto sia facile confondere segnali di attività con scenari imminenti che i dati non supportano.

Il quadro resta dinamico, monitorato giorno dopo giorno. La scienza, qui, non promette certezze assolute, ma fornisce una bussola solida per orientarsi in un sistema naturale che cambia su scale di tempo lunghe.

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