Oltre 3.500 anni fa, nel cuore della Calabria, si consuma una vicenda che oggi riemerge grazie alla genetica. Non da testi, non da miti, ma dal Dna estratto da ossa e denti. È il più antico caso di incesto mai documentato su base genetica, avvenuto durante l’Età del Bronzo e ricostruito a partire dai resti umani rinvenuti nella Grotta della Monaca, sui monti dell’Orsomarso.
Il caso riguarda un rapporto di primo grado tra padre e figlia. Una scoperta che apre una finestra disturbante ma necessaria sulla storia biologica e culturale delle comunità preistoriche.
Una grotta usata per millenni
La Grotta della Monaca non è un sito qualunque. È uno dei luoghi archeologici più importanti della Calabria preistorica. Utilizzata nel tempo come miniera, rifugio e luogo di sepoltura, ha restituito resti umani appartenenti ad almeno venti individui vissuti in epoche diverse.
Proprio da questi resti è stato estratto Dna antico, permettendo analisi genetiche di precisione impensabili fino a pochi anni fa.
Lo studio e i ricercatori coinvolti

La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Communications Biology ed è frutto di una collaborazione internazionale guidata dalla Università di Bologna e dall’Istituto Max Planck per l’antropologia evolutiva di Lipsia.
Il team ha analizzato campioni genetici provenienti da ossa e denti, riuscendo a ricostruire parzialmente alberi genealogici degli individui sepolti nella grotta.
Il dato che cambia tutto
Durante questa ricostruzione emerge un caso senza precedenti. Un maschio preadolescente risulta geneticamente figlio di un’unione incestuosa di primo grado tra un uomo adulto sepolto nella grotta e la propria figlia. I resti della madre non sono stati ritrovati, ma il profilo genetico non lascia margini di dubbio.
È la prima evidenza genetica diretta di un rapporto genitore figlio mai documentata in un contesto archeologico.
Un evento raro e difficile da interpretare
Il dato colpisce, ma non può essere letto in modo semplicistico. Come sottolinea il primo autore dello studio, Francesco Fontani, si tratta di un evento straordinario e di complessa interpretazione.
Può riflettere un atto di violenza. Può indicare un comportamento socialmente tollerato in un contesto specifico. Può anche essere legato a tradizioni particolari oggi incomprensibili. In ogni caso rappresenta una deviazione sostanziale rispetto alle norme riproduttive, anche per le società antiche.
Unioni tra consanguinei stretti sono rare. Tra genitore e figlio, prima di questo studio, non erano mai state documentate a livello genetico.
Una comunità tutt’altro che isolata

L’analisi dei genomi rivela un altro aspetto interessante. Gli individui di Grotta della Monaca non vivevano in isolamento. Nonostante l’area montuosa e difficile, mostrano affinità genetiche con popolazioni dell’Italia centro settentrionale.
Allo stesso tempo, la comunità si distingue da quelle della Sicilia coeva per l’assenza di influssi genetici orientali. Un quadro che racconta una Calabria preistorica più dinamica e complessa di quanto si pensasse.
Cosa ci insegna questo caso
Questa scoperta non serve a scioccare. Serve a ricordare che la genetica può rivelare aspetti della storia umana che i reperti materiali da soli non raccontano. Il Dna non giudica. Registra.
E quello che emerge dalla Grotta della Monaca è una realtà fatta di relazioni, spostamenti, norme e trasgressioni. Una realtà che ci somiglia più di quanto siamo disposti ad ammettere.
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