La storia di Anarcha Westcott è una delle pagine più buie e dolorose della storia della medicina, un pilastro di sofferenza su cui è stata edificata la ginecologia moderna. La sua storia inizia nel 1845 nelle piantagioni dell’Alabama, dove la sua condizione di donna schiava la esponeva a una vulnerabilità assoluta. All’età di soli diciassette anni, affrontò un travaglio prolungato e traumatico della durata di tre giorni, un evento che segnò irreversibilmente la sua esistenza fisica e sociale.

La tragedia di Anarcha Westcott e l’origine delle fistole ostetriche
La pressione prolungata della testa del feto contro le pareti del canale del parto interruppe l’apporto sanguigno ai tessuti molli, causandone la necrosi e la conseguente formazione di fistole vescico-vaginali e retto-vaginali. Queste lacerazioni interne creavano passaggi anormali tra la vescica, il retto e la vagina, condannando la giovane a una condizione di incontinenza cronica e infezioni persistenti.
Nel contesto del XIX secolo, la fistola non era solo una grave menomazione fisica, ma una condanna all’isolamento totale. Le donne colpite da questa patologia venivano spesso allontanate dalle proprie comunità e famiglie a causa della natura debilitante della condizione, caratterizzata da cattivi odori e dalla costante perdita di fluidi corporei che rendeva impossibile mantenere standard minimi di igiene.
Per Anarcha, questa sofferenza era aggravata dal suo status di schiava: la sua utilità lavorativa nella piantagione era drasticamente ridotta, trasformandola, agli occhi dei suoi proprietari, in un capitale infruttifero gravato da una malattia ripugnante. In questo scenario si inserì J. Marion Sims, un medico locale la cui ambizione professionale lo spingeva a cercare una soluzione chirurgica a un problema allora considerato incurabile. Sims individuò in Anarcha, e in altre donne schiave come Betsey e Lucy, i soggetti ideali per perfezionare le proprie tecniche operatorie.

Egli istituì un ospedale privato rudimentale, situato in una struttura dietro la sua abitazione, trasformandolo in un centro di sperimentazione umana. La logica che sottostava a questa operazione era puramente utilitaristica e commerciale: Sims stipulò accordi formali con i proprietari delle donne, secondo i quali egli si assumeva l’onere del loro mantenimento e delle tasse, mentre i proprietari rinunciavano alla forza lavoro delle schiave per l’intera durata dei test medici.
Sotto la parvenza di un’opera caritatevole e di ricerca scientifica, Anarcha e le sue compagne divennero proprietà clinica di Sims. Nonostante le donne fossero tecnicamente “pazienti”, la loro totale mancanza di autonomia legale e il regime di schiavitù impedivano qualsiasi forma di consenso informato. Il loro soggiorno nell’ospedale di Sims non era finalizzato alla guarigione immediata, ma alla ripetizione sistematica di interventi chirurgici sperimentali.
Questi corpi, privati di diritti civili, divennero il terreno fertile per la nascita della ginecologia moderna, dove il dolore di Anarcha fungeva da parametro di prova per gli strumenti e i punti di sutura che Sims avrebbe poi presentato al mondo scientifico come scoperte rivoluzionarie.
La sperimentazione sistematica e il supplizio di Anarcha
Tra il 1845 e il 1849, il corpo di Anarcha divenne il fulcro di un’attività chirurgica incessante e brutale, venendo sottoposto a circa trenta interventi eseguiti in condizioni di sofferenza inimmaginabile. La ricerca del successo clinico da parte di J. Marion Sims si spinse oltre ogni limite etico, trasformando la giovane donna in un soggetto di prova permanente. Questi anni rappresentarono un periodo di agonia fisica cronica, in cui le ferite di ogni operazione fallita venivano riaperte nel tentativo successivo, in un ciclo di speranza e trauma che rifletteva la totale sottomissione dei corpi neri alla volontà della scienza medica dell’epoca.

Uno degli aspetti più atroci della vicenda riguarda l’esclusione deliberata di Anarcha dall’uso dell’anestesia. Nonostante l’etere e il cloroformio stessero iniziando a rivoluzionare la chirurgia proprio in quegli anni, Sims decise consapevolmente di non somministrarli alle sue pazienti schiave.
Tale scelta era radicata in una perversa teoria pseudoscientifica, ampiamente diffusa nella medicina schiavista, secondo la quale le persone nere possedevano un sistema nervoso meno raffinato e una resistenza al dolore superiore rispetto ai bianchi. Questa convinzione non era basata su dati biologici, ma fungeva da paravento morale per permettere a Sims di eseguire procedure lunghe e invasive senza le complicazioni che l’anestesia nascente comportava, ignorando deliberatamente il terrore e il dolore della sua paziente.
Durante questo martirio clinico, Sims sviluppò soluzioni tecniche che avrebbero cambiato per sempre la ginecologia. Per visualizzare correttamente le fistole all’interno del corpo di Anarcha, egli ideò quella che oggi è nota come “posizione di Sims”, in cui la paziente giace sul fianco sinistro con le ginocchia flesse.

Inventò lo speculum ginecologico, partendo inizialmente dall’adattamento rudimentale di un cucchiaio di peltro per divaricare le pareti vaginali. Sebbene questi strumenti e tecniche siano rimasti pilastri della pratica medica contemporanea, la loro origine è inestricabilmente legata alle ripetute violazioni subite da Anarcha nel teatro operatorio di Sims.
Il regime ospedaliero imposto da Sims prevedeva una dinamica di controllo particolarmente crudele: Anarcha, Betsey e Lucy non erano solo vittime, ma venivano costrette a operare come assistenti chirurgiche. In assenza di infermieri disposti a sopportare la vista e l’odore delle fistole, Sims obbligava le donne stesse a tenersi ferme l’un l’altra durante gli interventi. Questa pratica costringeva le pazienti a partecipare attivamente al dolore delle proprie compagne, annullando ogni residua traccia di solidarietà esterna e riducendo l’intero gruppo a una sorta di ingranaggio umano all’interno della macchina sperimentale del medico.
Per oltre un secolo, la figura di J. Marion Sims è stata elevata a quella di un eroe della medicina, celebrata con monumenti e onorificenze in spazi pubblici prestigiosi. La sua tecnica per la riparazione delle fistole è stata a lungo considerata una delle più grandi conquiste della medicina del XIX secolo, oscurando completamente il prezzo umano pagato per ottenerla.

La sensibilità contemporanea tuttavia ha innescato una profonda revisione storica che ha portato, tra le altre cose, alla rimozione della sua statua da Central Park nel 2018. Il dibattito attuale si concentra sulla domanda se il progresso scientifico possa mai giustificare la tortura sistematica e se i risultati ottenuti tramite la violazione del consenso possano essere celebrati senza riconoscere il sacrificio forzato di chi, come Anarcha, non ha mai avuto la possibilità di sottrarsi.
La decolonizzazione della memoria medica
Il riconoscimento del progresso scientifico sta attraversando una fase di profonda revisione critica, spostando il focus dal singolo “genio” celebrato alle vite sacrificate per le sue scoperte. Il lavoro di storici e attivisti contemporanei, tra cui spicca la figura di Deirdre Cooper Owens con i suoi studi sulla medicina schiavista, ha messo radicalmente in discussione il titolo di “Padre della Ginecologia” storicamente attribuito a J. Marion Sims.
Questa contestazione non nega l’efficacia clinica delle tecniche sviluppate, ma contesta la narrazione che cancella il contesto di violenza e coercizione razziale in cui esse sono nate. Mettere in discussione questo primato significa riconoscere che la ginecologia moderna non è nata in un vuoto accademico, ma sulla carne di donne nere private di ogni diritto.

Oggi emerge con forza la necessità di invertire i ruoli storici, onorando Anarcha, Betsey e Lucy con l’appellativo di “Madri della Ginecologia Moderna”. Questo spostamento terminologico non è puramente simbolico, ma rappresenta un atto di giustizia storica che restituisce soggettività a chi è stata trattata esclusivamente come oggetto di studio.
Senza la loro resilienza, una resistenza che non fu scelta ma imposta dalle circostanze della schiavitù, le innovazioni mediche di Sims non avrebbero mai visto la luce. Il termine “Madri” sottolinea come la conoscenza medica sia stata generata dal loro dolore e dai loro corpi, che hanno fornito la materia prima per esperimenti che nessun’altra donna dell’epoca, protetta dallo status di cittadina o dal colore della pelle, avrebbe mai dovuto subire.

La riflessione attuale si concentra sulla sofferenza inaudita di queste donne, analizzando come la loro resistenza fisica sia stata sfruttata per testare procedure fallimentari prima di arrivare a una soluzione definitiva. La capacità di Anarcha di sopravvivere a trenta interventi chirurgici senza anestesia è diventata la misura su cui è stata tarata la chirurgia pelvica mondiale.
Questo sacrificio forzato invita a una riflessione etica sul debito che la medicina contemporanea ha verso le popolazioni nere e vulnerabili. Onorare le Madri della Ginecologia significa ammettere che le fondamenta di molte specialità mediche sono intrise di ingiustizia sociale, e che la memoria collettiva deve dare priorità alle vite umane calpestate piuttosto che ai monumenti di chi le ha usate.

Il superamento del mito di Sims permette di costruire una bioetica più solida e consapevole, che non separi la scoperta scientifica dal metodo con cui è stata ottenuta. Riconoscere Anarcha, Betsey e Lucy significa anche denunciare la persistenza di pregiudizi razziali nella medicina odierna, dove il dolore dei pazienti neri viene ancora statisticamente sottostimato.
La loro storia funge da monito per il futuro: la scienza non può dirsi progresso se non è accompagnata dal rispetto assoluto della dignità umana e dal consenso libero. Restituire il nome e la gloria a queste donne è l’unico modo per sanare, almeno simbolicamente, la ferita di un’epoca in cui la cura di alcune è stata costruita sulla tortura di altre.
Per maggiori informazioni consulta il Medical Bondage: Race, Gender, and the Origins of American Gynecology.